L’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri ha promosso una raccolta fondi sulla piattaforma Ginger per finanziare la realizzazione di un mini-midollo spinale su chip. Il progetto, intitolato “Lesione del midollo spinale. La ricerca continua su un chip”, è sostenuto anche da Bcc Milano, che contribuirà con il 10% dell’obiettivo della campagna.
L’iniziativa è stata presentata da Pietro Veglianese, responsabile del Laboratorio di Trauma Spinale Acuto e Neurorigenerazione. L’obiettivo è sviluppare un sistema sperimentale capace di riprodurre alcuni processi che si attivano dopo un trauma e di verificare l’efficacia di nanoparticelle progettate per trasportare possibili terapie verso i tessuti interessati. Il gruppo di lavoro è composto da ricercatori di età compresa tra 23 e 33 anni.
«Non esistono terapie in grado di arrestare l’infiammazione che si scatena dopo un trauma al midollo spinale e che contribuisce al danno che porta alla paralisi», ha dichiarato Veglianese. La campagna prevede inoltre occasioni di contatto tra i donatori e il gruppo di ricerca. Testimonial dell’iniziativa è Pasquale Concilio, ex giocatore di rugby e oggi psicologo e psicoterapeuta dopo un incidente subito a vent’anni.
Il danno prosegue dopo il trauma
Una lesione midollare non si esaurisce nel momento dell’impatto. Al danno primario, provocato dalla compressione, dalla contusione o dalla lacerazione del tessuto nervoso, può seguire un danno secondario che si sviluppa nelle ore, nei giorni e nelle settimane successive, estendendo l’area colpita.
In questa fase possono intervenire edema, riduzione dell’apporto di sangue, alterazione della barriera tra midollo e circolo sanguigno, stress ossidativo e morte progressiva di neuroni e cellule di supporto. L’infiammazione ha un ruolo centrale: alcune cellule immunitarie rilasciano sostanze in grado di danneggiare il tessuto ancora integro. In seguito può formarsi una cicatrice gliale, utile a stabilizzare la zona ma potenzialmente ostacolo alla ricrescita delle fibre nervose.
Una ricerca ancora preclinica
L’infiammazione rappresenta un bersaglio complesso perché non produce soltanto effetti dannosi. Alcune sue componenti contribuiscono a rimuovere i detriti cellulari e ai processi di riparazione. La sfida, quindi, consiste nell’intervenire sui meccanismi nocivi nel momento e nel luogo appropriati, senza bloccare indiscriminatamente le risposte utili.
Gli organi su chip utilizzano cellule, spesso umane, coltivate in strutture tridimensionali attraversate da flussi di liquido controllati. Possono riprodurre meglio di una coltura tradizionale alcune interazioni cellulari e offrire condizioni più controllabili rispetto ai modelli animali. Non rappresentano però l’intero organismo: circolazione, sistema immunitario ed evoluzione della lesione nel tempo restano difficili da simulare.
Le nanoparticelle vengono studiate come veicoli per concentrare i farmaci nel tessuto bersaglio, superare alcune barriere del sistema nervoso e limitare l’esposizione del resto dell’organismo. Restano da chiarire la quantità di materiale che raggiunge effettivamente la lesione, la sicurezza nel lungo periodo e la trasferibilità dei risultati ottenuti in laboratorio. Il progetto del Mario Negri è dunque in fase preclinica: prima di un’eventuale applicazione sui pazienti saranno necessarie ulteriori verifiche e, in seguito, studi clinici.