Alimentazione equilibrata e attività fisica aiutano a prendersi cura del cuore, ma non bastano quando il ritmo cardiaco perde regolarità. Le aritmie comprendono disturbi diversi e le abitudini quotidiane, anche quando riducono alcuni sintomi, devono affiancare e non sostituire gli accertamenti e le terapie indicati dal medico.
Palpitazioni e aritmie non sono la stessa cosa
Sentire il cuore battere in modo insolito non permette da solo di capire che cosa stia accadendo. Le palpitazioni sono una percezione soggettiva del battito e non equivalgono necessariamente a una malattia. Un’aritmia, invece, è un’alterazione oggettiva della frequenza o del ritmo cardiaco e può anche non provocare sintomi.
I disturbi del ritmo possono dipendere da cardiopatie già presenti, alterazioni degli ormoni tiroidei o degli elettroliti nel sangue, predisposizioni ereditarie e dall’effetto di alcuni farmaci. Per identificare con certezza il problema serve un elettrocardiogramma, eventualmente accompagnato da esami del sangue. Se gli episodi sono intermittenti, il medico può richiedere una registrazione prolungata del ritmo, come l’Holter, in base alla storia clinica.
Quando lo stile di vita può aiutare
Le prove scientifiche sugli effetti di esercizio, peso e alimentazione riguardano soprattutto la fibrillazione atriale, non tutte le aritmie. In questa condizione, programmi strutturati di riabilitazione basati sull’esercizio possono ridurre i sintomi e il rischio relativo di nuove ricadute di circa il 30%. Si tratta però di percorsi seguiti da professionisti, diversi dal semplice invito a camminare di più, mentre gli effetti sulla sopravvivenza e sugli eventi gravi devono essere ancora chiariti.
Anche il dimagrimento può contribuire a ridurre sintomi ed episodi nelle persone con fibrillazione atriale in sovrappeso o con obesità, se inserito in una gestione complessiva dei fattori di rischio. Non esistono invece prove sufficienti per attribuire a specifici alimenti il potere di prevenire o curare universalmente le aritmie. Per l’alcol l’indicazione è più netta: in presenza di fibrillazione atriale, ridurne al minimo il consumo o eliminarlo può aiutare a diminuire le ricadute.
La caffeina non deve essere eliminata a priori per prevenire gli episodi di fibrillazione atriale. Può tuttavia essere ragionevole ridurla se la persona nota un peggioramento evidente dei propri sintomi dopo averla assunta.
Sentirsi meglio non significa essere automaticamente protetti dalle complicanze. Nella fibrillazione atriale, quando il rischio tromboembolico è elevato, gli anticoagulanti sono necessari per prevenire ictus ischemico e tromboembolie: né dieta né attività fisica, e nemmeno l’aspirina, possono sostituirli. Lo specialista può inoltre valutare farmaci per controllare frequenza o ritmo, cardioversione o ablazione.
Palpitazioni associate a dolore al petto, difficoltà respiratoria, forte capogiro, sensazione di svenimento o perdita di coscienza richiedono una valutazione d’emergenza, anche se i sintomi passano spontaneamente. Se invece le palpitazioni sono isolate ma ricorrenti o diventano più frequenti, è opportuno prenotare una visita medica. La diagnosi precisa resta il passaggio indispensabile per scegliere il trattamento adeguato.