Per le persone con malattia di Parkinson, mantenere una certa autonomia nelle attività quotidiane è una delle principali preoccupazioni. Accanto ai farmaci, che restano il pilastro del trattamento, anche le abitudini di ogni giorno possono contribuire a sostenere la qualità della vita. Un nuovo studio osservazionale suggerisce che la continuità dell’attività fisica sia associata a una progressione più lenta dei disturbi motori e del declino cognitivo.
La ricerca ha seguito nel tempo 294 persone con Parkinson lieve o moderato, con un’età media di circa 66 anni. I partecipanti non hanno seguito un programma di allenamento prescritto dai ricercatori: le loro abitudini sono state raccolte attraverso interviste standardizzate. L’evoluzione delle funzioni cognitive è stata monitorata fino a cinque anni, mentre quella dei sintomi motori è stata osservata fino a sette anni.
Il tempo in movimento pesa più dell’intensità
L’obiettivo era verificare se il tempo complessivo dedicato al movimento, il volume totale dell’attività e la quota di esercizio più intenso fossero collegati alla velocità di progressione della malattia. Dai dati è emerso che chi riferiva una maggiore attività mostrava un rallentamento dei disturbi motori e del declino cognitivo, valutato con test sulla memoria e sull’attenzione.
Analizzando più nel dettaglio i risultati, gli studiosi hanno osservato che l’elemento più rilevante non sembrava essere lo sforzo vigoroso, ma la durata complessiva del movimento nel tempo. Quando i calcoli consideravano il numero totale di ore trascorse in attività, il vantaggio specifico dell’esercizio intenso tendeva infatti a ridursi fino a scomparire. A contare era soprattutto l’attività fisica recente e mantenuta nel presente, anche indipendentemente dal livello di sport praticato negli anni precedenti.
Uno studio da interpretare con prudenza
Il lavoro non dimostra però che il movimento sia la causa diretta del rallentamento della malattia. Trattandosi di uno studio osservazionale, è possibile anche che le persone con una forma di Parkinson meno aggressiva si sentano meglio e riescano quindi a restare più attive. Si tratta, dunque, di una associazione statistica e non della prova di un rapporto di causa-effetto.
Inoltre, la quantità di esercizio non è stata misurata con dispositivi elettronici, ma riferita direttamente dai partecipanti. Questo metodo può risentire di errori legati alla memoria. Il campione presentava anche buone capacità cognitive iniziali: per questo i risultati potrebbero non essere applicabili nello stesso modo alle persone con forme più avanzate o complesse della patologia.
Il movimento non deve essere considerato una cura alternativa ai farmaci prescritti dal neurologo, ma può rappresentare un alleato per la qualità della vita. Passeggiate, piccoli lavori domestici, giardinaggio e ginnastica dolce possono aiutare ad accumulare tempo attivo durante la settimana, senza puntare necessariamente su allenamenti estenuanti. Prima di modificare le proprie abitudini è comunque opportuno consultare un medico o un fisioterapista, per scegliere attività sicure e adeguate alle proprie condizioni e ridurre il rischio di cadute.
Lo studio, intitolato Physical Activity and Motor and Cognitive Progression in Parkinson Disease: A Longitudinal Cohort Study, è stato pubblicato sulla rivista Neurology. DOI: 10.1212/wnl.0000000000218682.