Il kiwi è stato studiato per un possibile effetto sulla pressione arteriosa, ma le prove disponibili non bastano per considerarlo una cura. Le ricerche finora condotte mostrano variazioni modeste e non sempre concordanti, molto diverse dall’effetto affidabile di una terapia prescritta o di un modello alimentare completo.
L’ipotesi nasce soprattutto da uno studio randomizzato condotto su 118 persone con pressione moderatamente elevata. Per otto settimane, una parte dei partecipanti ha consumato tre kiwi al giorno, mentre il gruppo di confronto ha mangiato una mela quotidiana. Nel gruppo dei kiwi, la misurazione della pressione nelle 24 ore ha indicato una riduzione media di 3,6 millimetri di mercurio per la pressione sistolica e di 1,9 millimetri per quella diastolica.
Il risultato deve però essere interpretato con cautela. L’analisi dei valori giornalieri ha riguardato 106 partecipanti e le misurazioni effettuate direttamente in ambulatorio non hanno evidenziato differenze significative tra i due gruppi. Inoltre, non sono emersi cambiamenti rilevanti nella funzione endoteliale, cioè nella capacità dei vasi sanguigni di dilatarsi. Resta quindi incerto quale componente del frutto possa aver contribuito all’effetto osservato.
Risultati non uniformi tra le ricerche
Altri dati non confermano in modo chiaro l’ipotesi. In uno studio condotto su 85 uomini con colesterolo alto e valori pressori per lo più normali, il consumo di due kiwi al giorno non ha prodotto miglioramenti sulla pressione. Le differenze tra i partecipanti e la durata dei test suggeriscono che l’eventuale effetto possa cambiare in base al contesto, senza indicare una dose valida per tutti.
Anche le revisioni degli studi disponibili non hanno raggiunto una conclusione univoca. Una sintesi di quattro ricerche, che comprendeva anche preparazioni diverse dal frutto intero, ha rilevato variazioni prive di significatività statistica. Un’analisi successiva ha stimato riduzioni più ampie, tra 4 e 5 millimetri di mercurio, ma la forte disomogeneità degli studi e alcune sovrapposizioni nel conteggio dei dati ne limitano l’affidabilità.
Le ricerche, inoltre, hanno seguito i partecipanti soltanto per poche settimane e hanno misurato soprattutto i valori pressori. Non dimostrano che mangiare kiwi prevenga nel lungo periodo infarti, ictus o decessi cardiovascolari. Una variazione temporanea dei numeri, anche quando presente, non equivale automaticamente a una riduzione del rischio clinico.
Il ruolo del kiwi nell’alimentazione
Le raccomandazioni per prevenire e gestire l’ipertensione puntano sull’equilibrio complessivo della dieta, non su un singolo alimento. Il modello DASH, per esempio, combina diversi nutrienti e prevede un’alimentazione strutturata. Il kiwi può contribuire come fonte di potassio, ma è un alimento sostituibile e non indispensabile.
Serve cautela per chi ha una malattia renale o assume medicinali che modificano lo smaltimento del potassio. In questi casi il minerale può accumularsi nel sangue. Eventuali aumenti importanti degli alimenti ricchi di potassio vanno quindi concordati con il medico, in base alle condizioni individuali.
Il kiwi può rientrare in una dieta equilibrata, ma non sostituisce la terapia. Chi assume farmaci antipertensivi non deve ridurre il dosaggio né sospendere le compresse di propria iniziativa: le modifiche alimentari possono affiancare le cure prescritte, senza rimpiazzarle.