Salute metabolica

Caffè al risveglio e glicemia: cosa dicono gli studi

La caffeina può alterare temporaneamente la risposta insulinica, ma gli effetti duraturi restano incerti.

Caffè al risveglio e glicemia: cosa dicono gli studi

Il caffè bevuto appena svegli, prima di fare colazione, può modificare temporaneamente il modo in cui l’organismo gestisce gli zuccheri. La caffeina riduce infatti, per un periodo limitato, la sensibilità all’insulina, l’ormone che favorisce l’ingresso del glucosio nelle cellule. Questo effetto, osservato anche in persone senza diabete, non equivale però a dimostrare un danno metabolico duraturo.

La distinzione è importante: una cosa è la risposta dell’organismo subito dopo una tazza, un’altra è il rischio associato al consumo quotidiano protratto per anni. Le ricerche disponibili, infatti, hanno analizzato entrambe le situazioni e hanno prodotto risultati differenti.

Che cosa ha mostrato l’esperimento sul caffè al mattino

Le preoccupazioni sul caffè a digiuno derivano soprattutto da un piccolo esperimento condotto su 29 giovani adulti sani. Dopo una notte con il sonno interrotto ogni ora, i partecipanti bevevano al mattino un caffè nero contenente circa 300 milligrammi di caffeina. Trenta minuti più tardi assumevano 75 grammi di glucosio, secondo il test utilizzato per valutare la gestione degli zuccheri.

Rispetto alla stessa condizione senza caffè, la bevanda ha aumentato di circa il 50% la risposta glicemica successiva. Il dato, tuttavia, descrive l’area sotto la curva della glicemia dopo l’assunzione di glucosio puro, non la risposta a una normale colazione. Inoltre, l’esperimento ha misurato soltanto un effetto di breve periodo.

Lo studio non ha confrontato il caffè bevuto prima e dopo la colazione e non ha verificato la risposta dopo una notte di sonno normale. Per questo, il ruolo specifico dello stomaco vuoto resta da dimostrare, così come l’ipotesi che posticipare la tazza elimini l’effetto osservato.

Gli effetti nel breve e nel lungo periodo

Una revisione di sette piccoli esperimenti, per un totale di 70 partecipanti in prevalenza uomini, ha rilevato con una certa costanza una riduzione temporanea della sensibilità all’insulina dopo l’assunzione di caffeina. Le dosi, comprese generalmente tra 3 e 6 milligrammi per chilo di peso, corrispondono solo in parte a quelle di una tazza preparata in casa.

Una variazione di pochi minuti o ore non coincide però con una insulino-resistenza cronica. Gli studi più brevi non chiariscono quanto questo effetto incida nella vita quotidiana. Anche il decaffeinato non offre una risposta definitiva: negli esperimenti sugli effetti immediati, i risultati sono discordanti.

Sul lungo periodo, il quadro appare diverso. Una revisione di 30 studi, che ha seguito circa 1,19 milioni di persone e registrato 53.018 nuovi casi di diabete, ha associato il consumo abituale di caffè a una minore incidenza del diabete di tipo 2. L’associazione era simile per il caffè normale e per quello decaffeinato, ma non dimostra un rapporto di causa ed effetto.

Quattro studi con 268 partecipanti, durati tra 8 e 24 settimane, non hanno invece mostrato un miglioramento solido e costante della sensibilità all’insulina. Il possibile vantaggio emerso nell’analisi complessiva scompariva nei controlli più rigorosi. Il beneficio, quindi, non è dimostrato, ma non può neppure essere considerato definitivamente escluso.

Per chi ha il diabete, la risposta può variare: alcune persone notano cambiamenti della glicemia, altre no. In caso di valori difficili da controllare o di dubbi sul ruolo del caffè, è opportuno parlarne con il team sanitario di riferimento, senza modificare autonomamente i farmaci o rinunciare alla bevanda per principio.

In sintesi, il caffè del mattino può influenzare la gestione degli zuccheri nel breve periodo, mentre il consumo abituale non sembra associato a un aumento del rischio di diabete. Le prove disponibili, però, non stabiliscono quanto conti berlo prima o dopo colazione né indicano un tempo preciso da attendere dopo il risveglio.