L’ippocampo è una struttura profonda del cervello coinvolta nella memoria. L’ipotesi che alcuni alimenti possano proteggerlo attraverso l’intestino è plausibile, perché i batteri intestinali comunicano con il sistema nervoso. Tuttavia, le ricerche disponibili non dimostrano che un singolo cibo, modificando il microbiota, produca un effetto specifico sull’ippocampo.
Le evidenze più consistenti riguardano piuttosto il modello alimentare complessivo. Una revisione sistematica di 83 articoli ha rilevato che, negli adulti e negli anziani, regimi ricchi di verdure, frutta, legumi, frutta a guscio, pesce e grassi vegetali insaturi, ma poveri di carni rosse e lavorate e bevande zuccherate, sono associati a un minore rischio di esiti cognitivi sfavorevoli.
Il dato va però interpretato con cautela: 81 studi su 83 erano di coorte, cioè osservavano nel tempo le abitudini e lo stato di salute dei partecipanti. Solo uno era un trial randomizzato. Si tratta quindi soprattutto di associazioni, che non consentono di stabilire se sia la dieta a determinare il risultato né di attribuire il possibile beneficio a un alimento preciso.
Le diete studiate negli interventi
Gli studi sulla dieta mediterranea indicano piccoli benefici su alcuni aspetti cognitivi, ma non su tutti. La riduzione dei nuovi casi di demenza non è invece ancora dimostrata. Per questo l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda agli adulti con capacità cognitive nella norma, o con un lieve deterioramento, un’alimentazione sana ed equilibrata, con una raccomandazione condizionale e senza indicare una dieta superiore alle altre.
Anche la dieta MIND è stata valutata in un esperimento su 604 anziani seguiti per tre anni. Un gruppo seguiva la MIND con una moderata riduzione delle calorie, mentre l’altro riduceva soltanto l’apporto calorico. Alla fine, non sono emerse differenze significative né nei test cognitivi né nei marcatori cerebrali misurati con la risonanza magnetica.
Il confronto, tuttavia, non avveniva con persone che mantenevano immutate le proprie abitudini, ma con un gruppo che stava comunque cambiando alimentazione. Il risultato indica quindi che la MIND ha aggiunto poco rispetto a quella modifica. Tre anni potrebbero inoltre non essere sufficienti per rilevare eventuali effetti tardivi, e resta disponibile un solo trial, seppure ampio.
Microbiota e integratori: ipotesi ancora da verificare
L’asse intestino-cervello è una comunicazione bidirezionale che coinvolge batteri, vie nervose, sistema immunitario e sostanze prodotte dai microbi. Questo rende plausibile che il cibo possa influenzare il cervello passando dall’intestino, ma il microbiota resta un meccanismo candidato: sono ancora pochi i dati che collegano in modo solido dieta, cambiamenti batterici e capacità cognitive.
La stessa prudenza vale per yogurt, kefir e altri alimenti fermentati. I risultati ottenuti con specifici ceppi probiotici e prodotti determinati non possono essere automaticamente estesi a tutti gli alimenti disponibili in commercio. Le analisi sui probiotici hanno mostrato segnali favorevoli in alcuni test, ma la certezza delle prove è bassa o molto bassa per la dimensione ridotta dei campioni, la varietà delle formulazioni e l’incerta utilità clinica.
Non sono inoltre emerse conclusioni solide sugli effetti dei probiotici sulla forma o sul volume delle strutture cerebrali. In assenza di una carenza documentata, vitamine B ed E, omega-3 e multivitaminici con minerali sono sconsigliati per prevenire il declino cognitivo o la demenza. Nel complesso, i dati sostengono un’alimentazione equilibrata, non la promessa di un singolo alimento capace di proteggere l’ippocampo.