Alcuni tumori riescono a sottrarsi al controllo del sistema immunitario e, di conseguenza, possono rispondere poco ai trattamenti immunoterapici. Un nuovo studio sul tumore del colon-retto ha analizzato uno dei possibili meccanismi alla base di questa resistenza, concentrandosi su una sostanza prodotta da alcune cellule immunitarie: IL-26.
L’obiettivo dei ricercatori era capire se i segnali infiammatori presenti intorno alla massa tumorale potessero modificare il comportamento delle cellule cancerose, rendendole meno riconoscibili o meno vulnerabili all’attacco immunitario. Dai dati raccolti, IL-26 risulta associata soprattutto ai tumori del colon-retto resistenti all’immunoterapia diretta contro PD-1. Il lavoro è stato condotto in modelli preclinici, utili per studiare i processi biologici ma non sufficienti a confermare l’efficacia di una nuova strategia nelle persone.
Il meccanismo osservato
Secondo i risultati, IL-26 non agirebbe soltanto come un segnale esterno, come avviene per molte citochine, cioè le molecole con cui le cellule del sistema immunitario comunicano tra loro. La sostanza sembra invece raggiungere il nucleo delle cellule tumorali e modificare l’attività di alcuni geni attraverso un processo di rimodellamento epigenetico.
L’epigenetica comprende i cambiamenti che regolano quali geni vengono attivati o disattivati senza modificare direttamente la sequenza del DNA. Nel contesto analizzato, IL-26 favorirebbe uno stato cellulare capace di aumentare la produzione di segnali che richiamano i neutrofili, un tipo di globuli bianchi.
Queste cellule, nello specifico ambiente studiato, sembrano contribuire a ridurre la risposta dei linfociti CD8+, tra i principali elementi del sistema immunitario coinvolti nel riconoscimento e nell’attacco alle cellule tumorali. Il risultato sarebbe un microambiente più favorevole alla crescita del cancro e meno adatto all’azione dell’immunoterapia.
Una scoperta ancora preliminare
Lo studio aiuta a spiegare perché pazienti con una diagnosi simile possano rispondere in modo molto diverso agli stessi trattamenti. La resistenza all’immunoterapia, infatti, può dipendere da più fattori e anche dalla capacità del tumore di costruire intorno a sé un ambiente che ostacola la risposta immunitaria.
In prospettiva, la comprensione di questo circuito potrebbe orientare la ricerca verso terapie combinate, nelle quali il blocco di IL-26 o di altre molecole coinvolte venga associato ai farmaci già disponibili. Tuttavia, questa possibilità resta teorica: i risultati sono promettenti ma preliminari e non dimostrano che intervenire su IL-26 migliori la sopravvivenza o la risposta alle cure nei pazienti.
I dati riguardano inoltre un contesto preciso, quello del colon-retto resistente all’immunoterapia, e non possono essere estesi automaticamente ad altri tumori o a tutte le persone malate. Per ora non ci sono ricadute pratiche immediate né indicazioni a cercare test o trattamenti mirati al di fuori dei percorsi clinici. Il lavoro, pubblicato su Nature Communications, propone soprattutto un possibile bersaglio per studi futuri. Il riferimento scientifico è il DOI 10.1038/s41467-026-75754-7.