Ricerca oncologica

Vaccino mRNA su misura: risultati positivi contro il melanoma

La sperimentazione su 1.137 persone segnala meno recidive e metastasi con pembrolizumab, ma mancano ancora i dati completi.

Vaccino mRNA su misura: risultati positivi contro il melanoma

Per la prima volta, un vaccino terapeutico personalizzato a mRNA ha raggiunto risultati positivi in uno studio clinico di fase 3 contro il cancro. Si tratta di Intismeran autogene, noto anche come V940 o mRNA-4157, somministrato insieme all’immunoterapia pembrolizumab. I dati preliminari sono stati annunciati da Moderna e MSD, le aziende che stanno sviluppando il trattamento.

Lo studio INTerpath-001 ha coinvolto 1.137 pazienti con melanoma cutaneo ad alto rischio, in stadio IIB-IV, sottoposti alla rimozione chirurgica completa del tumore. Rispetto al solo pembrolizumab, la combinazione ha permesso di rimanere più a lungo liberi da recidiva e ha ridotto il rischio di sviluppare metastasi a distanza. Entrambi gli obiettivi principali della sperimentazione sono stati raggiunti con risultati considerati statisticamente significativi e clinicamente rilevanti.

Il dottor Marco Rubatto, dermatologo presso il Ce.Me.Di. di Torino e l’Istituto Nazionale Oncologico Candiolo, invita però alla prudenza. I risultati completi della fase 3 non sono ancora stati pubblicati e saranno presentati nei prossimi mesi a un congresso medico internazionale. Inoltre, non si tratta di un vaccino preventivo per le persone sane né di una cura già disponibile per tutti: è una terapia adiuvante, somministrata dopo l’intervento per eliminare o controllare eventuali cellule tumorali residue.

Come viene costruita la terapia

La caratteristica principale di Intismeran autogene è la personalizzazione. Dopo l’operazione, il tessuto tumorale viene analizzato e sequenziato per individuare le mutazioni presenti nelle cellule malate. Tra queste vengono selezionati, attraverso un algoritmo di intelligenza artificiale, fino a 34 neoantigeni, cioè proteine anomale che il sistema immunitario può riconoscere come estranee.

Il passaggio successivo consiste nella produzione di una sequenza di RNA messaggero contenente le istruzioni per generare i neoantigeni scelti. L’mRNA viene inserito in particelle lipidiche, con una tecnologia simile a quella dei vaccini contro il Covid-19, e somministrato con un’iniezione intramuscolare. In questo modo il sistema immunitario può imparare a riconoscere più precisamente le caratteristiche del singolo tumore e preparare i linfociti T ad attaccare eventuali cellule residue.

L’RNA messaggero non entra nel nucleo e non modifica il patrimonio genetico del paziente: è un messaggio temporaneo, che viene degradato dopo essere stato utilizzato dalle cellule. Pembrolizumab svolge invece un’azione complementare, bloccando la proteina PD-1, una sorta di freno che limita l’attività dei linfociti T. Il vaccino indica il bersaglio, mentre l’immunoterapia contribuisce a rendere più efficace la risposta.

Dati ancora preliminari e ostacoli all’impiego

Le prime informazioni sulla sicurezza indicano un profilo della combinazione sostanzialmente sovrapponibile a quello della sola immunoterapia. Il trattamento non è però privo di rischi. Occorre prestare particolare attenzione alle persone sottoposte a trapianto d’organo, per il possibile rischio di rigetto, e ai pazienti con alcune patologie infiammatorie preesistenti, che potrebbero aggravarsi. Per una valutazione completa serviranno dati più maturi e un’esperienza clinica più ampia.

Prima di un eventuale impiego nella pratica clinica saranno necessarie la pubblicazione dei risultati definitivi e le valutazioni di FDA, EMA e AIFA. Solo in seguito si potrà stabilire se e come la terapia sarà utilizzata e rimborsata. La stessa tecnologia è in fase di sperimentazione anche per tumori del polmone, del rene e della vescica.

Un ulteriore problema riguarda la produzione su larga scala. Dalla biopsia all’analisi del tumore, passando per l’elaborazione algoritmica e la sintesi individuale, oggi servono circa sei settimane. Tempi, costi, organizzazione e sostenibilità dovranno essere valutati prima di rendere il trattamento accessibile a un numero elevato di pazienti. Resta comunque centrale la diagnosi precoce: nei melanomi individuati nelle fasi iniziali, l’asportazione chirurgica è spesso sufficiente a concludere il percorso terapeutico.