L’ipotesi di individuare l’Alzheimer attraverso un prelievo di sangue è considerata promettente, ma solleva una questione essenziale: i test mantengono la stessa accuratezza in persone con origini e condizioni di salute differenti? Un nuovo lavoro ha esaminato il problema coinvolgendo coorti africane, finora meno rappresentate negli studi sui biomarcatori della demenza.
I ricercatori hanno analizzato il profilo di numerose proteine presenti nel plasma di quasi mille persone in Nigeria e di un gruppo più ristretto in Tanzania, confrontando poi i risultati con quelli di una coorte canadese. L’obiettivo era verificare se alcuni marcatori associati alle alterazioni cerebrali dell’Alzheimer, in particolare le forme di tau fosforilata, avessero un significato simile in popolazioni diverse. Il gruppo ha inoltre cercato altri segnali collegati alla probabile presenza di amiloide o al deterioramento cognitivo.
Lo studio richiede però una lettura prudente. La presenza di amiloide nel cervello non è stata confermata con PET o analisi del liquido cerebrospinale, considerate tra le metodiche più affidabili per questo scopo. La classificazione dei partecipanti è stata effettuata usando soglie basate su biomarcatori ematici, un elemento che limita la solidità delle conclusioni.
Che cosa indicano i risultati
Il dato più consistente riguarda alcuni biomarcatori legati alla proteina tau, che sembrano comportarsi in modo abbastanza coerente tra Africa e Nord America. Il risultato suggerisce che determinati esami del sangue in fase di sviluppo potrebbero avere una validità più ampia, anche se serviranno ulteriori verifiche prima di un impiego clinico generalizzato.
Il quadro complessivo delle proteine ematiche è apparso invece più variabile. Tra le persone classificate come probabilmente positive all’amiloide sono stati osservati livelli più elevati di marcatori associati a infiammazione, attivazione delle cellule immunitarie cerebrali e danno neuronale. Nei partecipanti con difficoltà cognitive ma senza segnali di amiloide sono emerse proteine più legate a neurodegenerazione non specifica, alterazioni vascolari e sofferenza delle cellule di supporto del cervello.
Il sangue, quindi, può restituire segnali riconducibili a processi diversi, non tutti equivalenti alla malattia di Alzheimer. Salute cardiovascolare, disturbi metabolici, colesterolo e precedenti infezioni sembrano associarsi a variazioni di alcune proteine. Per questo due persone con sintomi simili potrebbero richiedere un’interpretazione diversa del risultato, in base al loro quadro clinico.
Perché la validazione è decisiva
Un esame sviluppato soprattutto su popolazioni di una determinata area geografica o ascendenza potrebbe risultare meno preciso in altri contesti. Questo non significa necessariamente che non funzioni, ma che potrebbero essere necessarie soglie o modalità di interpretazione adattate. La validazione su gruppi realmente diversi è dunque importante soprattutto per i test destinati a entrare nella pratica quotidiana.
Il lavoro non modifica da solo le procedure cliniche e non autorizza a considerare un singolo risultato come una diagnosi. Tra i limiti indicati figurano la valutazione indiretta della probabile positività all’amiloide, la bassa quota di partecipanti classificati come positivi, l’elevata presenza di persone cognitivamente normali, la sovrarappresentazione delle donne e il possibile effetto delle comorbilità.
Pubblicato su Nature Communications, lo studio rappresenta quindi un contributo alla comprensione della variabilità dei biomarcatori. Alcuni segnali legati alla tau appaiono relativamente robusti in contesti differenti, mentre i pannelli più ampi di proteine dovranno essere verificati ancora a lungo prima di poter guidare decisioni cliniche con sufficiente sicurezza. Il paper originale è Plasma proteomic profiles of Alzheimer’s disease and neurodegeneration in African cohorts, DOI 10.1038/s41467-026-74971-4.