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Omega-3, conta il pasto più dell’orario

Formulazioni, dosaggi, benefici attesi e possibili rischi non sono uguali per tutti.

Omega-3, conta il pasto più dell’orario

La domanda su quando assumere gli omega-3 ha una risposta meno legata all’orologio di quanto si pensi. Il fattore decisivo è spesso il pasto, ma anche la formulazione del prodotto e la quantità di EPA e DHA contenuta nella capsula. Integratori da banco e medicinali prescrivibili non sono infatti equivalenti.

Per i medicinali che contengono EPA e DHA sotto forma di esteri etilici, l’assorbimento può cambiare sensibilmente in base a ciò che si mangia insieme alla dose. Un pasto con grassi può portare nell’organismo una quantità di sostanze attive fino a tre volte superiore rispetto a un pasto povero di grassi. Per questo le indicazioni relative a queste formulazioni raccomandano l’assunzione durante un pasto contenente grassi. Si tratta però di un dato di farmacocinetica, cioè relativo all’assorbimento, e non della prova che questa modalità riduca da sola infarti o ictus.

Integratori comuni, cosa mostrano gli studi

Per gli integratori di omega-3 acquistabili liberamente, le evidenze disponibili sono molto meno nette. Una revisione sistematica basata su 86 studi randomizzati non ha rilevato una riduzione clinicamente significativa e costante della mortalità complessiva, degli eventi cardiovascolari o dell’ictus nella popolazione generale.

Questo non esclude ogni effetto biologico degli omega-3, ma indica che il beneficio concreto sugli esiti più importanti, come avere meno infarti o vivere più a lungo, è nullo o molto contenuto nei dati disponibili. Le linee guida internazionali, inoltre, non raccomandano gli integratori alimentari per ridurre il rischio cardiovascolare aterosclerotico.

Quando le alte dosi richiedono cautela

Uno scenario diverso riguarda l’icosapent etile, un medicinale a base di EPA purificato somministrato alla dose di 4 grammi al giorno. In pazienti selezionati, già trattati con statine e con trigliceridi persistentemente elevati, malattia cardiovascolare accertata oppure diabete associato ad altri fattori di rischio, il trattamento ha ridotto gli eventi cardiovascolari. La riduzione assoluta è stata di circa 5 punti percentuali in quasi cinque anni.

Il risultato non può però essere esteso a tutti gli omega-3 ad alte dosi. Un altro ampio studio, condotto con una formulazione diversa contenente EPA e DHA, non ha mostrato lo stesso beneficio in pazienti con caratteristiche analoghe. Anche per questo è importante distinguere il medicinale specifico dall’integratore generico.

La dicitura olio di pesce e il peso complessivo della capsula non indicano necessariamente la quantità effettiva dei principi attivi. Prima dell’acquisto è quindi utile verificare in etichetta i milligrammi esatti di EPA e DHA, oltre alla loro forma chimica.

Alle dosi farmacologiche, soprattutto oltre 1.500 milligrammi al giorno di EPA e DHA combinati, è stato osservato un aumento del rischio di fibrillazione atriale nei pazienti già esposti a un elevato rischio cardiovascolare. L’incremento assoluto è inferiore a un punto percentuale, ma può essere rilevante per chi ha già avuto aritmie. Con le dosi comuni degli integratori questo segnale non emerge in modo significativo.

Le alte dosi di EPA purificato richiedono inoltre prudenza in caso di terapia con anticoagulanti o antiaggreganti, tra cui aspirina, clopidogrel e warfarin. Non si tratta di un divieto automatico, ma di una situazione da discutere con il medico. In presenza di palpitazioni associate a difficoltà respiratoria, dolore toracico o perdita di coscienza, oppure di un sanguinamento persistente, è necessaria una valutazione tempestiva.