Un risultato di 130 mg/dL a digiuno supera la soglia di 126 mg/dL utilizzata per individuare il diabete. Il dato, tuttavia, non equivale automaticamente a una diagnosi definitiva. L’interpretazione dipende dalle modalità con cui è stato eseguito l’esame e dalla necessità di confermare il risultato.
La soglia diagnostica si applica a una glicemia plasmatica venosa misurata dopo almeno otto ore di digiuno, senza assumere alimenti o bevande caloriche. In assenza di sintomi tipici, come sete intensa, minzione frequente o perdita di peso involontaria, un solo risultato alterato non è sufficiente: servono due esiti anomali, ottenuti ripetendo il test oppure affiancando un esame diverso, come l’emoglobina glicata o il carico orale di glucosio. Se i risultati non coincidono, va ripetuto il test che ha evidenziato il valore sopra soglia.
La procedura cambia anche in base allo strumento utilizzato. Un dato rilevato con un glucometro acquistato in farmacia o con un sensore applicato sulla pelle può essere utile per il monitoraggio quotidiano, ma non consente da solo di diagnosticare il diabete. I criteri diagnostici si basano infatti sugli esami di laboratorio. Quanto al prediabete, l’intervallo a digiuno va da 100 a 125 mg/dL: 130 non rientra quindi in questa fascia, ma tra i valori compatibili con il diabete da confermare.
Il numero non identifica il tipo di diabete
La sola glicemia non permette di stabilire se si tratti di diabete di tipo 1, di tipo 2 o di una forma dovuta ad altre cause. Età e corporatura possono fornire indicazioni, ma non sono decisive: anche un adulto può sviluppare il tipo 1 e una persona magra può avere il tipo 2. La classificazione richiede una valutazione clinica ed eventualmente esami specifici, da definire con il medico.
Nel diabete tipo 2 è più corretto parlare di remissione e non di guarigione. Secondo la definizione condivisa a livello internazionale, si parla di remissione quando l’emoglobina glicata resta sotto il 6,5% per almeno tre mesi senza farmaci ipoglicemizzanti. Se il valore è nella norma mentre la persona segue una terapia, si tratta invece di buon controllo terapeutico.
La remissione è possibile in una parte dei pazienti, ma non è garantita. Interventi strutturati che portano a una perdita di peso sostenuta superiore al 10% possono aumentare le possibilità nelle persone con sovrappeso od obesità, soprattutto quando la diagnosi è recente e il pancreas conserva una maggiore funzione residua. Il risultato può però essere temporaneo: in uno studio seguito per cinque anni, solo il 26% dei partecipanti in remissione al secondo anno lo era ancora al quinto.
Per questo sono necessari controlli regolari, compresa la misurazione dell’emoglobina glicata almeno una volta l’anno e la sorveglianza delle possibili complicanze. I farmaci non devono essere sospesi autonomamente. Nel diabete tipo 1, invece, non esiste attualmente una cura e l’insulina è necessaria ogni giorno; trapianti di pancreas o di isole pancreatiche sono riservati a pazienti selezionati e richiedono immunosoppressori a vita.
Qual è il passo successivo
Con un referto di 130 mg/dL a digiuno è opportuno parlare con il medico, che potrà indicare la ripetizione dell’esame, un controllo dell’emoglobina glicata o un test da carico. Il dato non rappresenta di per sé un’emergenza. È invece necessario rivolgersi subito a un medico in presenza di vomito persistente, dolore addominale, respiro rapido o profondo, alito dall’odore fruttato, forte disidratazione o confusione: sintomi compatibili con una chetoacidosi diabetica.