Quando un tumore del polmone viene operato dopo una terapia preoperatoria efficace, resta da capire se sia necessario proseguire con altri farmaci. La questione riguarda in particolare l’immunoterapia somministrata dopo l’intervento: può offrire un beneficio aggiuntivo oppure, in alcuni casi, può essere evitata? Un nuovo lavoro ha esaminato il problema in un gruppo selezionato di persone con tumore del polmone non a piccole cellule.
La ricerca ha preso in considerazione pazienti con malattia operabile, trattati prima dell’intervento con una combinazione di chemioterapia e immunoterapia. Tutti avevano ottenuto una risposta patologica completa: nell’analisi del tessuto rimosso chirurgicamente non erano più rilevabili cellule tumorali. I ricercatori hanno quindi confrontato chi aveva continuato l’immunoterapia per circa un anno dopo l’operazione con chi non aveva ricevuto questo trattamento aggiuntivo. I casi analizzati erano complessivamente 145.
Non si è trattato di uno studio clinico randomizzato, ma di un’analisi osservazionale basata sulla pratica clinica reale. Dopo un periodo di osservazione di poco più di tre anni, i risultati dei due gruppi sono apparsi molto simili. Non è stata rilevata una differenza significativa né nella sopravvivenza libera da malattia, cioè il tempo trascorso senza una ricomparsa del tumore, né nella sopravvivenza complessiva.
Risultati simili, ma con cautela
Le percentuali osservate a 1 e 3 anni erano quasi sovrapponibili. Anche le analisi condotte considerando età, sesso, caratteristiche istologiche e stadio clinico non hanno evidenziato un sottogruppo in cui l’aggiunta dell’immunoterapia dopo l’intervento producesse un vantaggio chiaro. Secondo gli autori, una possibile spiegazione è che chi raggiunge una risposta completa dopo il trattamento iniziale abbia già una prognosi molto favorevole, rendendo più difficile dimostrare un ulteriore miglioramento.
Gli eventi avversi sono stati frequenti in entrambi i gruppi, mentre quelli più gravi hanno riguardato una minoranza dei pazienti. Le differenze nella tollerabilità non sono risultate marcate e non sono stati registrati decessi attribuiti al trattamento. Il dato, tuttavia, non significa che l’immunoterapia dopo l’operazione debba essere interrotta o esclusa in generale: riguarda una popolazione molto specifica e non può essere applicato automaticamente a tutte le persone con questo tipo di tumore.
Lo studio presenta infatti diversi limiti. L’assenza di randomizzazione può lasciare differenze tra i gruppi non completamente corrette dalle analisi statistiche. Inoltre, il numero dei partecipanti era contenuto e gli eventi osservati erano pochi. Mancavano anche in modo sistematico alcuni biomarcatori che avrebbero potuto aiutare a individuare i pazienti più propensi a beneficiare di una terapia aggiuntiva. La popolazione esaminata era in larga parte maschile, spesso caratterizzata da una particolare forma istologica e da una malattia localmente avanzata.
Che cosa cambia per i pazienti
Il risultato suggerisce che, per alcune persone che hanno ottenuto una risposta completa prima dell’intervento, continuare l’immunoterapia potrebbe non offrire un vantaggio evidente. Ma il lavoro non è sufficiente per modificare da solo la pratica clinica. Servono valutazioni più solide per capire se e quando sia sicuro ridurre le cure dopo una risposta molto favorevole.
La decisione deve quindi restare individuale e va presa con il team curante, considerando le caratteristiche del tumore, la risposta al trattamento iniziale e le condizioni generali della persona. La ricerca, pubblicata sul Chinese Medical Journal, si intitola Efficacy and safety of adjuvant immunotherapy after pathological complete response following neoadjuvant chemoimmunotherapy in patients with resectable NSCLC: A real-world observational study. Il DOI è 10.1097/CM9.0000000000004185.