Superati i 50 anni, la prevenzione del tumore colorettale passa anche dalle abitudini alimentari, ma non esiste un singolo alimento capace di azzerare il rischio. Le evidenze disponibili indicano soprattutto il valore di una dieta mantenuta nel tempo, con più fibre e cereali integrali e una riduzione delle carni lavorate. Cambiare alimentazione in età adulta può contribuire a spostare le probabilità a proprio favore, senza però sostituire i test di screening.
Il primo riferimento sono i cereali integrali. Nelle osservazioni sulla popolazione, un consumo maggiore è associato a una probabilità più bassa di sviluppare la malattia: circa 90 grammi in più al giorno sono stati collegati a una riduzione relativa del rischio del 17%. Si tratta di un dato generale, non di una garanzia individuale. L’obiettivo indicato per la prevenzione oncologica è assumere almeno 30 grammi di fibre al giorno attraverso gli alimenti.
Fibre, latte e alimenti da limitare
Pane e pasta integrali possono sostituire con regolarità le versioni raffinate, insieme a legumi come fagioli, ceci e lenticchie. Anche verdura e frutta contribuiscono all’apporto di fibre: broccoli, arance e kiwi possono rientrare in un’alimentazione varia, mentre le prove sui singoli alimenti ricchi di vitamina C sono meno solide di quelle relative al totale delle fibre e ai cereali integrali.
Tra gli alimenti associati a un rischio più basso figurano anche latte e cibi ricchi di calcio. L’effetto favorevole è emerso con maggiore chiarezza per il latte, mentre i dati sul formaggio considerato isolatamente sono meno consistenti. Non è quindi corretto considerare tutti i latticini equivalenti o iniziare a bere più caffè sulla base di un possibile beneficio: conta l’equilibrio complessivo dello stile di vita.
Gli integratori di calcio non sono invece raccomandati per prevenire il tumore colorettale. Il fatto che possano ridurre la ricomparsa di alcuni adenomi, cioè polipi benigni, non dimostra automaticamente una protezione contro i carcinomi invasivi.
Dal punto di vista della prevenzione, le carni lavorate, come prosciutto, salame e bacon, sono associate a un aumento accertato del rischio e vanno evitate o ridotte al minimo. La carne rossa, che comprende manzo, maiale, vitello e agnello, va limitata a non più di tre porzioni settimanali, pari a circa 350-500 grammi di peso cotto. Questa quantità è un tetto massimo per chi la consuma, non un obiettivo. Anche l’alcol aumenta il rischio oncologico: l’indicazione preventiva è non berne, compreso il vino rosso.
Perché lo screening resta indispensabile
Le scelte alimentari possono ridurre il rischio nel corso degli anni, ma non individuano lesioni già presenti. In Italia, lo screening organizzato dal Servizio Sanitario Nazionale offre la ricerca del sangue occulto nelle feci ogni due anni tra i 50 e i 69 anni; in alcune Regioni il programma è esteso fino ai 74 anni. Le modalità possono essere verificate presso la propria Asl.
In caso di esito positivo, il percorso prevede una colonscopia per chiarire la causa del sanguinamento e rimuovere eventuali polipi. Chi ha una storia familiare di tumore, precedenti polipi o sindromi ereditarie deve concordare con il medico un programma di sorveglianza personalizzato. Sangue nelle feci, cambiamenti persistenti dell’alvo, dimagrimento inspiegato o anemia da carenza di ferro richiedono una valutazione medica tempestiva, senza attendere lo screening.