Molte persone iniziano a prendere omega-3 con l’obiettivo di proteggere la memoria e la lucidità con l’avanzare dell’età. Questa scelta è comprensibile, poiché l’idea di fare qualcosa di semplice per il cervello è rassicurante. Tuttavia, un nuovo studio condotto su adulti più anziani a rischio di demenza offre un messaggio importante: anche quando un integratore raggiunge il cervello, ciò non implica necessariamente un miglioramento delle funzioni cognitive.
Il team di ricerca ha esaminato un integratore ad alto dosaggio di DHA, un tipo di omega-3 presente principalmente nel pesce, somministrato a persone di età compresa tra 55 e 80 anni, senza demenza ma con almeno un fattore di rischio. Tutti i partecipanti avevano un apporto abituale di DHA piuttosto basso nella loro dieta. Lo studio è stato ben progettato: i partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a ricevere DHA o un placebo, e né i partecipanti né i ricercatori sapevano chi stesse assumendo cosa. Il follow-up è durato due anni e in un sottogruppo è stato analizzato anche il liquido cerebrospinale, per verificare se il DHA assunto per via orale raggiungesse il sistema nervoso centrale.
Un aspetto interessante dello studio riguardava i portatori della variante genetica APOE ε4, associata a un rischio maggiore di malattia di Alzheimer e a un diverso metabolismo dei grassi. I risultati principali sono chiari: il DHA ha effettivamente aumentato i livelli di omega-3 nel sangue e nel liquido cerebrospinale, dimostrando che l’integratore ha centrato il suo bersaglio biologico.
Tuttavia, il dato più rilevante è che, dopo 24 mesi, non sono emerse differenze significative tra il gruppo che ha assunto DHA e quello che ha ricevuto il placebo, né nei test cognitivi né nelle misure di volume cerebrale alla risonanza magnetica, inclusa l’area dell’ippocampo, coinvolta nella memoria. Questo valeva anche per i portatori di APOE ε4. Pertanto, il fatto che il DHA raggiungesse il cervello non si è tradotto in un vantaggio misurabile sul piano clinico o strutturale.
Questa notizia è di interesse per molte persone, poiché gli integratori di olio di pesce sono spesso visti come una soluzione ragionevole per mantenere un invecchiamento cerebrale sano. I dati suggeriscono che la realtà è più complessa. Non si può affermare che il DHA sia “inutile” in assoluto, né che mangiare pesce non abbia valore in una dieta equilibrata. Tuttavia, una strategia basata su un solo nutriente, anche a dosi elevate, potrebbe non essere sufficiente a influenzare processi biologici complessi come quelli coinvolti nel declino cognitivo.
Per chi desidera ridurre il rischio di deterioramento cognitivo, le basi più solide rimangono attività fisica regolare, sonno adeguato, controllo dei fattori vascolari, alimentazione di buona qualità e una vita mentale e sociale attiva. Un integratore non sembra poter sostituire questo insieme di abitudini.
È importante notare che questo è un singolo studio, sebbene ben progettato, e presenta limiti significativi. Il tasso di abbandono è stato alto, in gran parte a causa della pandemia, e le persone che hanno lasciato lo studio avevano in media caratteristiche che potrebbero aver influenzato i risultati. Inoltre, i partecipanti rappresentavano una popolazione piuttosto specifica: adulti senza demenza, con basso consumo di DHA e già a rischio aumentato.
Infine, i risultati non dimostrano che gli omega-3 non siano mai utili. Indicano piuttosto che, in questo contesto, due anni di DHA ad alte dosi non hanno mostrato benefici cognitivi o strutturali misurabili. È possibile che tempi più lunghi, fasi più precoci della vita o interventi combinati possano fornire risultati diversi, ma questo studio non lo prova. La conclusione più onesta è che il cervello difficilmente si lascia proteggere da una sola capsula.