Le statine possono ridurre il rischio cardiovascolare anche quando vengono iniziate dopo i 70 anni, in persone che non hanno mai avuto un infarto o un ictus. A indicarlo è lo studio STAREE, pubblicato sul New England Journal of Medicine, che ha affrontato una questione finora poco documentata: l’efficacia della prevenzione primaria negli anziani.
La ricerca ha coinvolto 9.971 partecipanti, con un’età media di circa 75 anni. Erano persone senza precedenti malattie cardiovascolari, diabete o demenza, ancora autonome nella vita quotidiana. I partecipanti sono stati assegnati casualmente ad atorvastatina, alla dose di 40 milligrammi al giorno, oppure a un placebo, e seguiti per una mediana di 5,9 anni.
Meno eventi cardiovascolari, ma beneficio assoluto moderato
Durante il periodo di osservazione, infarto, ictus, morte cardiovascolare o necessità di rivascolarizzazione si sono verificati in 297 persone trattate con atorvastatina, contro 412 nel gruppo placebo. La riduzione relativa del rischio è stata di circa il 30%.
Il dato va però interpretato anche in termini assoluti. Gli eventi hanno interessato circa il 6% dei partecipanti che assumevano atorvastatina e poco più dell’8% di quelli trattati con placebo. In concreto, ciò equivale a circa 2-3 eventi evitati ogni 100 persone trattate per quasi sei anni. Lo studio indica inoltre un NNT di 37: occorre trattare mediamente 37 persone simili a quelle arruolate per prevenire un evento cardiovascolare maggiore.
Nessuna prova di maggiore longevità senza disabilità
La ricerca ha valutato anche la possibilità di vivere più a lungo senza demenza o disabilità fisica persistente. Su questo esito, tuttavia, la differenza non è risultata statisticamente significativa: il problema si è verificato nel 12,8% dei partecipanti trattati con atorvastatina e nel 13,6% di quelli che assumevano placebo.
Il risultato non significa che il farmaco non agisca sul cuore e sui vasi, ma che la riduzione degli eventi cardiovascolari non si è tradotta, nei circa sei anni di follow-up, in una maggiore sopravvivenza libera da disabilità. Circa l’80% dei decessi osservati era infatti dovuto a cause non cardiovascolari.
Sul fronte della sicurezza, gli eventi avversi gravi sono stati identici nei due gruppi: 2,7% con atorvastatina e 2,7% con placebo. Alcuni problemi muscoloscheletrici, epatobiliari e correlati al diabete sono risultati più frequenti con il farmaco, senza però annullarne il beneficio cardiovascolare.
Lo studio non indica che tutte le persone oltre i 70 anni debbano assumere una statina. I risultati riguardano anziani relativamente sani e autonomi e non chiariscono se lo stesso rapporto tra benefici e rischi valga per persone molto fragili, con numerose patologie o molte terapie. Inoltre, chi ha già avuto un infarto, un ictus o un’altra manifestazione di aterosclerosi rientra nella prevenzione secondaria, uno scenario diverso e sostenuto da prove più solide.
Il messaggio principale è quindi che l’età da sola non basta per escludere la prevenzione cardiovascolare. L’eventuale avvio della terapia deve considerare il rischio individuale, gli effetti indesiderati, le altre cure e le preferenze della persona. Il beneficio appare reale, ma moderato, e non equivale automaticamente a una vita più lunga o più autonoma.