Parlare di abitudini dannose per il cervello può creare confusione, perché mette sullo stesso piano effetti molto diversi. Occorre distinguere tra un calo temporaneo della lucidità, il rischio di eventi acuti come ictus e traumi e la probabilità di sviluppare una demenza nel corso degli anni. Fumare, dormire poco o trascurare la pressione alta hanno conseguenze reali, ma attraverso meccanismi e tempi differenti.
La carenza di sonno può peggiorare attenzione, apprendimento e tempi di reazione, aumentando gli errori nelle attività quotidiane. Si tratta soprattutto di una riduzione dell’efficienza e della sicurezza durante il giorno, non della prova di una lesione cerebrale permanente. Le evidenze disponibili non sono invece sufficienti per stabilire che migliorare il riposo prevenga da solo la demenza nel lungo periodo.
Alcol, fumo e pressione: rischi diversi
Il consumo elevato e prolungato di alcol può compromettere memoria, attenzione e capacità decisionali, soprattutto in presenza di uso cronico pesante o di un disturbo da uso di alcol. Dopo la sospensione, alcune funzioni cognitive possono migliorare, ma il recupero varia da persona a persona e può rimanere parziale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità chiarisce inoltre che non esistono basi per raccomandare l’alcol, neppure in piccole quantità, con l’obiettivo di proteggere le capacità cognitive.
Il fumo incide invece soprattutto sulla salute dei vasi sanguigni. Le sigarette aumentano il rischio di ictus da due a quattro volte rispetto al mancato fumo: si tratta di un confronto statistico tra gruppi, non di una previsione individuale. Il dato più concreto riguarda la riduzione del pericolo associata alla scelta di smettere, rispetto alla prosecuzione del consumo.
L’ipertensione non è un’abitudine, ma non trattare una diagnosi già nota lascia attivo un importante fattore di rischio vascolare. Poiché spesso la pressione alta non provoca sintomi, il suo controllo deve essere definito con il medico, senza modificare autonomamente i farmaci e senza applicare obiettivi uguali a tutte le persone.
Traumi e declino cognitivo
Anche la prevenzione degli urti è importante. Cinture di sicurezza e caschi adeguati riducono la probabilità di lesioni traumatiche cerebrali durante la guida o le attività a rischio. Non eliminano però del tutto la possibilità di commozione cerebrale e non rendono innocui gli impatti ripetuti.
Nel caso della demenza, il rapporto tra comportamenti e malattia è più indiretto. L’inattività fisica è associata a un rischio maggiore, ma questa relazione non dimostra che l’esercizio impedisca con certezza di ammalarsi. Negli studi di lungo periodo può intervenire anche il meccanismo inverso: le fasi iniziali e silenziose della malattia potrebbero ridurre l’iniziativa e il movimento.
Muoversi resta comunque una scelta raccomandata per gli adulti cognitivamente sani, perché può contribuire a ridurre il declino cognitivo. La ricerca non ha però individuato una dose precisa di attività fisica specificamente in grado di prevenire la demenza. Anche i contatti sociali poco frequenti risultano associati a una probabilità più alta di svilupparla, senza dimostrare che la solitudine provochi lesioni cerebrali.
La stima secondo cui il 44-45 per cento delle demenze sarebbe evitabile modificando lo stile di vita deriva da modelli teorici riferiti all’intera popolazione e a quattordici fattori di rischio. Per il singolo individuo, ridurre questi fattori può migliorare le probabilità di salute, ma non rappresenta una garanzia. Pesano infatti anche condizioni sociali e accesso alle cure.