Ricerca medica

Sindrome mielodisplastica, un possibile bersaglio nel metabolismo

Esperimenti su cellule ad alto rischio indicano una vulnerabilità, ma non esiste ancora una cura disponibile.

Sindrome mielodisplastica, un possibile bersaglio nel metabolismo

Le sindromi mielodisplastiche sono malattie del midollo osseo, il tessuto in cui si formano globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. Possono rimanere stabili per lungo tempo oppure, nelle forme più aggressive, evolvere in leucemia. Un nuovo studio preclinico ha individuato una possibile vulnerabilità nelle cellule staminali del sangue da cui la malattia ha origine.

Queste cellule, spesso definite cellule madri, hanno il compito di rinnovare continuamente le cellule presenti nel sangue. Quando accumulano alterazioni, producono cellule difettose e il midollo non riesce più a lavorare correttamente. Nelle forme ad alto rischio, le cellule staminali malate possono inoltre sopravvivere ai trattamenti e contribuire alla ricomparsa della malattia. Per questo, riuscire a colpirle risparmiando quelle sane è uno degli obiettivi principali della ricerca.

Il metabolismo delle cellule malate

I ricercatori hanno confrontato cellule staminali e progenitrici prelevate da pazienti con sindromi mielodisplastiche ad alto rischio con cellule provenienti da persone sane. Le cellule malate presentavano una maggiore quantità di proteine coinvolte nel metabolismo e consumavano più ossigeno. Il dato suggerisce un’attività più intensa del loro sistema di produzione dell’energia, accompagnata dalla presenza di una maggiore quantità di enzimi specifici.

Questi enzimi dipendono dal NAD, una molecola essenziale per permettere alle cellule di ricavare energia. Il NAD viene consumato e deve essere continuamente rigenerato. Una delle principali vie di riciclo parte dalla nicotinamide, una forma di vitamina B3, e comprende l’enzima NAMPT, che controlla un passaggio centrale del processo.

Nei test di laboratorio, il blocco di NAMPT ha ridotto il consumo di ossigeno delle cellule malate, compromettendone il funzionamento e aumentando il numero di cellule morte. Nei modelli sperimentali è diminuita anche la quantità di malattia. Le cellule sane hanno mostrato conseguenze molto più limitate, un risultato che indica una possibile selettività del bersaglio.

Un’ipotesi ancora da verificare

L’eventuale capacità di colpire soprattutto le cellule malate potrebbe, in futuro, contribuire allo sviluppo di trattamenti più efficaci e meglio tollerati. L’ipotesi è rilevante perché molte persone colpite dalle sindromi mielodisplastiche sono anziane o fragili. Tuttavia, lo studio è ancora in una fase iniziale e non dimostra l’efficacia di una terapia nell’essere umano.

La ricerca è stata condotta su campioni cellulari prelevati da pazienti e su modelli animali. Nessun paziente è stato trattato con un farmaco diretto contro NAMPT nell’ambito dello studio. Prima di valutare un possibile impiego clinico sarà necessario verificare la sicurezza, le dosi, gli effetti collaterali e le eventuali interazioni con altri trattamenti. Anche la differenza osservata tra cellule sane e malate dovrà essere confermata attraverso studi clinici.

Il collegamento con la vitamina B3 non significa che sia utile ridurne l’assunzione o ricorrere a integratori. Lo studio non ha analizzato né la dieta né gli integratori e non fornisce indicazioni per modificarli. Le cure attualmente disponibili restano quindi invariate. Per dubbi su vitamine, integratori o possibili sperimentazioni cliniche, il riferimento deve essere l’ematologo che segue il paziente.

Lo studio, pubblicato su Blood Cancer Discovery, è intitolato The Nicotinamide Salvage Pathway Is a Metabolic Vulnerability of High-Risk MDS Stem Cells. Il lavoro è identificato dal DOI 10.1158/2643-3230.BCD-25-0498.