Salute

HIV: lo Spallanzani cerca i “malati invisibili” con nuove terapie

Nel Lazio mille pazienti con HIV hanno interrotto le cure. Un progetto dello Spallanzani unisce farmaci iniettabili e supporto sociale per riportarli in terapia e combattere l'epidemia.

Nel Lazio, si stima che tra mille e millecinquecento persone affette da HIV abbiano abbandonato il percorso terapeutico. Queste persone, definite “invisibili per scelta”, hanno interrotto le cure non per dimenticanza, ma spesso a causa di problemi sociali complessi come la mancanza di un alloggio, permesso di soggiorno scaduto, dipendenze o disturbi psichiatrici. L’interruzione della terapia non solo peggiora la loro condizione di salute, ma aumenta anche il rischio di diffusione del virus nella comunità.

Per affrontare questa critica situazione, l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma ha lanciato un nuovo progetto. L’obiettivo è “uscire dalle corsie ospedaliere”, collaborare con associazioni e servizi sociali sul territorio, e raggiungere chi ha abbandonato le cure per offrirgli una terapia sostenibile e un supporto concreto.

Il Paradosso Italiano: Progressi e Fragilità

Il panorama italiano relativo all’HIV presenta un quadro contrastante. Sebbene circa 150.000 persone convivano con il virus, nel 2024 si sono registrate quasi 2.400 nuove diagnosi, indicando una preoccupante risalita dal 2020. Il Lazio è la regione con l’incidenza più alta, e Roma una delle province maggiormente colpite. Nonostante i progressi della medicina, che oggi permette alle persone in terapia regolare di condurre una vita normale e non contagiosa, permane la sfida di raggiungere chi resta fuori dal sistema sanitario a causa di fragilità sociali.

Enrico Girardi, direttore scientifico dello Spallanzani, sottolinea come questa “ultima parte del percorso” sia la più ardua, richiedendo “attenzione e impegno costante”. Il sistema sanitario fatica a raggiungere migranti senza rete, senzatetto, persone con dipendenze attive o problemi psichiatrici non trattati, per i quali l’aderenza quotidiana alla terapia risulta insostenibile.

Un Modello su Più Livelli: Identificazione, Contatto, Presa in Carico

Il progetto dello Spallanzani si articola su tre fasi principali. La prima è l’identificazione attiva, che incrocia i dati clinici per individuare chi ha interrotto i trattamenti o i controlli. La seconda fase prevede un contatto diretto (outreach), al di fuori dei contesti sanitari tradizionali, in collaborazione con realtà territoriali. Infine, la presa in carico rapida mira a superare i lunghi tempi di attesa che spesso scoraggiano i pazienti. Un team multidisciplinare, composto da case manager, operatori sociali e peer educator, supporta il paziente, aiutandolo a trovare stabilità e seguire la terapia.

Le Terapie “Long Acting”: Un Cambio di Paradigma

A livello clinico, l’introduzione delle terapie “long acting” rappresenta una svolta. Si tratta di iniezioni somministrate ogni due mesi, in sostituzione delle pillole quotidiane. Questa innovazione è cruciale per chi vive in condizioni di precarietà cronica, rendendo la terapia molto più gestibile. Lo studio internazionale LATITUDE ha dimostrato una significativa riduzione del rischio di fallimento terapeutico con questa formulazione iniettabile, specialmente nella popolazione più difficile da raggiungere.

Il professor Andrea Antinori, direttore sanitario dello Spallanzani, descrive questo approccio come un “incrocio necessario tra innovazione farmacologica e intervento sociale”. Secondo Antinori, solo unendo queste due componenti è possibile “riportare in cura chi si è allontanato o avviare al trattamento chi ha ricevuto una nuova diagnosi”.

L’Esempio di San Francisco e le Sfide Future

A conferma dell’efficacia di questo modello, la professoressa Monica Gandhi dell’UCSF-Bay Area Center for AIDS Research ha presentato i risultati di programmi simili a San Francisco. Qui, l’introduzione delle terapie long acting, combinata con modelli di presa in carico a bassa soglia e supporto sociale, ha portato a tassi di soppressione virologica elevatissimi, fino al 98% a 48 settimane, anche in pazienti con scarsa aderenza e instabilità sociale. La sfida ora, come sottolineato da Gandhi, è rendere queste strategie strutturali, per assicurare risultati duraturi e prevenire nuove perdite dal sistema di cura.

Oltre al recupero di chi si è perso, è fondamentale “trattenere fin dall’inizio” chi intraprende il percorso terapeutico, come evidenziato dalla dottoressa Valentina Mazzotta, responsabile del Centro di Riferimento Regionale AIDS.