L’Alzheimer riguarda circa il 5% delle persone sopra i 60 anni e in Italia si stimano circa 500mila malati. La forma di demenza altera progressivamente memoria e funzioni cognitive, con effetti anche sulla capacità di parlare e pensare. Possono comparire inoltre confusione, cambiamenti dell’umore e disorientamento spazio-temporale. La malattia coinvolge non solo chi ne è colpito, ma anche i caregiver che garantiscono assistenza quotidiana.
L’aumento dell’aspettativa di vita e l’invecchiamento della popolazione fanno prevedere una crescita del numero di persone con Alzheimer. Restano però criticità importanti: i fattori di rischio non vengono ancora affrontati in modo sufficiente e le diagnosi arrivano spesso in ritardo, riducendo le possibilità di intervenire nelle fasi iniziali.
Le indicazioni dell’Oms per ridurre il rischio
Secondo Alzheimer Italia, non esiste oggi una cura ampiamente disponibile, ma fino al 45% dei casi potrebbe essere ritardato o ridotto agendo sui fattori di rischio, come stimato dalla Lancet Commission. Nel 2026 l’Organizzazione mondiale della Sanità ha pubblicato una versione aggiornata delle linee guida sulla riduzione del rischio di declino cognitivo e demenza.
Il documento raccomanda la partecipazione ad attività cognitive, sociali e fisiche, oltre alla cessazione del fumo e dell’alcol. Tra le indicazioni figurano anche un’alimentazione equilibrata, senza ricorrere a integratori alimentari a scopo preventivo, e la gestione di obesità, diabete, ipertensione, colesterolo e perdita dell’udito. L’Oms sconsiglia invece la terapia ormonale in menopausa come strumento per ridurre il rischio e invita a limitare l’esposizione all’inquinamento dell’aria, anche negli ambienti domestici.
Le linee guida sono rivolte ai singoli, ma anche a professionisti sanitari, decisori politici e istituzioni. La presidente di Alzheimer Italia, Katia Pinto, sottolinea che si tratta di riduzione del rischio e non di prevenzione garantita: la demenza è una condizione complessa, determinata da molti fattori, e chi la sviluppa non deve sentirsi in colpa o giudicato.
La ricerca cerca partecipanti e diagnosi più tempestive
La ricerca prosegue con 158 possibili terapie in valutazione in oltre 192 studi clinici nel mondo. Otto sperimentazioni sono in fase III e dovrebbero concludersi entro il 2026. Il Rapporto mondiale 2026 dell’Alzheimer’s Disease International rileva inoltre che alcuni trattamenti hanno mostrato per la prima volta la capacità di rallentare la progressione della malattia.
Il reclutamento dei partecipanti rappresenta però un ostacolo. Per sostenere gli studi attivi servono circa 55mila volontari, ma i criteri di selezione impongono di coinvolgerne almeno 350mila. A pesare sono anche la difficoltà di accesso agli esami specialistici e la diagnosi tardiva: a livello globale, il 75% delle persone che convivono con una forma di demenza non riceve una diagnosi formale. In alcuni Paesi la quota arriva al 90%, mentre i nuovi trattamenti risultano più efficaci soprattutto nelle fasi iniziali.
La malattia fu descritta per la prima volta nel 1907 dal neurologo tedesco Alois Alzheimer. Durante l’autopsia di una donna morta dopo una insolita malattia mentale, il medico osservò nel tessuto cerebrale agglomerati poi definiti placche amiloidi e fasci di fibre aggrovigliate, i cosiddetti viluppi neurofibrillari. Oggi queste alterazioni sono associate ai danni del tessuto nervoso, anche se le cause della malattia non sono ancora completamente note.
L’Istituto Superiore di Sanità ricorda che nei pazienti si verifica una perdita di cellule nervose nelle aree coinvolte nella memoria e nelle altre funzioni cognitive. Si osserva inoltre una riduzione di sostanze come l’acetilcolina, che permettono la comunicazione tra le cellule nervose. Il decorso è lento e, in media, i pazienti possono vivere fino a 8-10 anni dopo la diagnosi.