Vasco Rossi si è sottoposto a un intervento chirurgico programmato di decompressione lombare. Il rocker ha rassicurato i fan spiegando che l’operazione è riuscita e che si è già rimesso in piedi. La convalescenza, secondo quanto riferito, dovrebbe durare pochi giorni. La procedura permette di affrontare alcune condizioni in cui le strutture nervose della parte bassa della colonna risultano compresse.
La decompressione lombare ha l’obiettivo di restituire spazio ai nervi all’interno del canale vertebrale. Il restringimento, chiamato stenosi, può essere legato all’usura, a carichi meccanici ripetuti o a patologie degenerative. In altri casi la pressione sulle radici nervose deriva da un’ernia del disco, da osteofiti, cioè piccoli speroni ossei, oppure dall’ispessimento dei legamenti vertebrali.
La compressione può causare lombosciatalgia, con dolore che dalla zona lombare si irradia verso il gluteo e la gamba, ma anche formicolii, intorpidimento e perdita di sensibilità agli arti inferiori. Un altro sintomo è la claudicatio neurogena: la difficoltà a camminare per tratti lunghi, accompagnata da debolezza e dal bisogno di fermarsi o piegarsi in avanti per trovare sollievo.
Quando si ricorre alla chirurgia
La decompressione non è la prima scelta per un generico mal di schiena. L’intervento viene valutato quando i trattamenti conservativi, come farmaci antinfiammatori, fisioterapia, infiltrazioni e ginnastica posturale, non hanno prodotto risultati sufficienti. La chirurgia può essere presa in considerazione anche in presenza di una marcata perdita di forza alle gambe, difficoltà a muovere il piede, dolore molto intenso o limitazioni importanti nelle attività quotidiane, nel sonno e nella capacità motoria.
La tecnica viene scelta in base alla sede e all’estensione della compressione. La laminotomia consiste nella rimozione totale o parziale della lamina, l’arco osseo posteriore della vertebra. La discectomia elimina invece il frammento di disco che sporge verso il nervo, mentre la foraminotomia amplia i canali laterali dai quali escono le radici nervose. In molti casi si ricorre a tecniche microchirurgiche, con piccole incisioni e l’utilizzo di microscopi o endoscopi, per ridurre il coinvolgimento dei muscoli paravertebrali.
Mobilità e riabilitazione
Dopo l’intervento la mobilizzazione può iniziare rapidamente. Alzarsi nelle prime 24 ore, quando le condizioni cliniche lo consentono, aiuta a stimolare la circolazione e a ridurre i rischi legati all’allettamento. Le dimissioni possono avvenire in genere entro uno-tre giorni, mentre la convalescenza iniziale può durare una-due settimane, il tempo necessario per la cicatrizzazione dei tessuti.
Successivamente viene avviato un percorso fisioterapico con esercizi mirati a rinforzare il core, formato dai muscoli addominali e lombari, e a recuperare una postura corretta. Secondo il testo, la remissione del dolore radicolare si osserva nell’80-90% dei casi. Il risultato dipende comunque dalla condizione di partenza e dalla valutazione clinica, neurologica e strumentale.
Come spiega il neurochirurgo della colonna Federico Pecoraro, la decisione chirurgica deve essere personalizzata in base all’estensione della stenosi e all’eventuale presenza di instabilità. L’obiettivo principale è liberare le strutture nervose compresse, ridurre i sintomi neurologici e favorire il recupero della mobilità.