Segnali clinici

Stanchezza e fiato corto: quando il cuore va controllato

Affanno, gonfiore e variazioni rapide sulla bilancia possono accompagnare lo scompenso, ma servono esami per confermarlo.

Stanchezza e fiato corto: quando il cuore va controllato

La definizione di cuore pigro non appartiene al linguaggio medico e può indicare situazioni molto diverse. A volte viene usata per descrivere una frequenza cardiaca lenta, altre volte per riferirsi allo scompenso cardiaco, una condizione nella quale il cuore non riesce a pompare sangue a sufficienza rispetto alle necessità dell’organismo. Confondere i due problemi può rendere più difficile capire quando sia necessario rivolgersi a un medico.

La stanchezza, anche se dura da settimane o mesi, non basta da sola per stabilire l’origine del disturbo. Può comparire in numerose condizioni, cardiache e non. Anche una frequenza inferiore a 60 battiti al minuto non dimostra automaticamente che il cuore sia debole: durante il sonno o nelle persone allenate può essere normale. Diventa più rilevante se associata a debolezza, affanno, capogiri o svenimenti.

I quattro segnali da non sottovalutare

Il primo elemento da osservare è un affanno nuovo o progressivo, soprattutto durante attività che in precedenza venivano svolte senza difficoltà, come salire le scale. Conta il cambiamento rispetto alla propria tolleranza abituale allo sforzo. Un altro segnale è la difficoltà respiratoria da sdraiati: il bisogno di usare più cuscini oppure il risveglio notturno con una sensazione di mancanza d’aria. Quando presente, questo disturbo può orientare maggiormente verso una causa cardiaca, pur non essendo specifico.

Meritano attenzione anche un gonfiore recente e bilaterale alle caviglie, in particolare se accompagnato da affanno, e un aumento di peso rapido dovuto alla possibile ritenzione di liquidi. Nessuno di questi segnali, preso singolarmente, è sufficiente per formulare una diagnosi: il gonfiore può dipendere anche da problemi venosi o renali e dall’immobilità prolungata. La loro comparsa combinata o il peggioramento nel tempo rappresentano però un motivo per programmare una valutazione medica.

Come si conferma il sospetto

La probabilità di scompenso cresce in presenza di precedenti come infarto o coronaropatia, ipertensione, diabete, malattia renale cronica, trattamenti chemioterapici cardiotossici o familiarità per cardiomiopatie. Questi fattori non dimostrano che i sintomi dipendano dal cuore, ma aiutano il medico a stabilire quanto sia opportuno approfondire.

La diagnosi richiede sintomi o segni compatibili e riscontri oggettivi. Tra gli esami utilizzati ci sono il dosaggio dei peptidi natriuretici nel sangue, l’elettrocardiogramma e l’ecocardiogramma. Valori bassi dei peptidi possono rendere lo scompenso meno probabile, mentre valori elevati non bastano da soli a confermarlo, perché possono essere influenzati, tra l’altro, dall’età, dalla fibrillazione atriale, dalla malattia renale e dall’obesità. Possono essere richiesti anche emocromo, esami della funzione renale, elettroliti, funzionalità epatica e tiroidea e valutazione dello stato del ferro, così da individuare eventuali cause diverse della stanchezza, come anemia o alterazioni della tiroide.

Un peggioramento progressivo di affanno, gonfiore o capacità di svolgere le attività abituali richiede una valutazione tempestiva. In presenza di dolore toracico persistente, difficoltà respiratoria grave a riposo o svenimento, invece, è necessario chiedere assistenza immediata chiamando il 112 o il 118, senza attendere un appuntamento.