Salute metabolica

Sovrappeso e obesità, il rischio dipende anche dal grasso

La misura dell’addome e la composizione corporea aiutano a capire meglio le conseguenze dell’eccesso ponderale

Sovrappeso e obesità, il rischio dipende anche dal grasso

Il peso corporeo e l’indice di massa corporea, o BMI, restano strumenti utili per classificare l’eccesso ponderale, ma non bastano da soli a descrivere lo stato di salute. A parità di altezza e chili, infatti, due persone possono avere una diversa composizione fisica e un differente profilo di rischio, in base alla quantità, alla distribuzione e alle caratteristiche biologiche del tessuto adiposo.

Secondo il professor Silvio Buscemi, presidente della Società Italiana dell’Obesità, il BMI si calcola dividendo il peso in chilogrammi per il quadrato dell’altezza in metri. Si parla di sovrappeso con valori compresi tra 25 e 29,9, mentre dall’obesità si entra a partire da 30. La condizione viene poi distinta in primo grado, tra 30 e 34,9, secondo grado, tra 35 e 39,9, e terzo grado, da 40 in su.

Questi intervalli forniscono una classificazione oggettiva, ma il passaggio dal sovrappeso all’obesità non coincide soltanto con un aumento dei chili. Anche il sovrappeso può essere associato a un rischio maggiore, soprattutto quando l’eccesso di grasso si concentra nella zona addominale. Per questo, spiega l’esperto, la valutazione deve considerare anche la distribuzione del tessuto adiposo.

Il ruolo del grasso addominale

Il grasso sottocutaneo, presente per esempio su fianchi, cosce e glutei, può rappresentare una riserva energetica e avere una funzione protettiva. Diverso è il comportamento del grasso viscerale, che si accumula nella cavità addominale intorno agli organi ed è più facilmente associato a infiammazione e aumento del rischio metabolico e cardiovascolare.

Un parametro aggiuntivo rispetto al BMI è il rapporto tra circonferenza della vita e altezza. Si ottiene dividendo entrambe le misure espresse in centimetri: una persona alta 170 centimetri con una vita di 90 centimetri raggiunge un valore di circa 0,53. Un risultato superiore a 0,5 indica una distribuzione prevalentemente centrale del grasso e può segnalare un profilo di rischio più elevato, anche in presenza di un eccesso di peso contenuto.

Il tessuto adiposo non è soltanto un deposito di energia. È un organo complesso, dotato di cellule, vasi sanguigni e segnali nervosi, capace di produrre sostanze chiamate adipochine, coinvolte nel metabolismo, nell’infiammazione e nella regolazione dell’energia. Quando perde la capacità di adattarsi e sviluppa un’infiammazione persistente si parla di adiposopatia.

In queste condizioni, il grasso può accumularsi anche in altri organi. Nel fegato può favorire la steatosi epatica, mentre il deposito intorno al cuore, definito grasso epicardico, può contribuire a problemi coronarici e alterazioni del ritmo cardiaco. Anche reni e articolazioni possono risentire delle molecole infiammatorie prodotte dal tessuto adiposo alterato.

Fattori individuali e possibilità di cura

La distribuzione del grasso dipende dall’interazione tra genetica, ormoni, stile di vita e ambiente. Dopo la menopausa, la riduzione degli estrogeni può favorire uno spostamento dell’accumulo verso l’addome, insieme a una progressiva diminuzione della massa muscolare. Attività fisica regolare e alimentazione equilibrata possono contribuire a limitarne gli effetti, mentre una dieta ricca di alimenti ultraprocessati può favorire l’infiammazione del tessuto adiposo.

Il trattamento parte dal miglioramento dello stile di vita, con alimentazione equilibrata e maggiore attività fisica. L’obesità, tuttavia, è oggi considerata una malattia complessa, influenzata da fattori biologici, genetici e ambientali. In alcune persone queste misure possono non essere sufficienti a ottenere risultati stabili: in tali casi possono essere valutati anche nuovi farmaci, sempre con criteri precisi e sotto supervisione medica.