La fibrillazione atriale può aumentare il rischio di ictus anche quando non provoca sintomi evidenti. Stabilire se sia opportuno ricorrere a un trattamento anticoagulante non è però sempre semplice, soprattutto per le persone collocate in una fascia di rischio intermedia, nella quale il possibile beneficio deve essere confrontato con quello di sanguinamenti.
Un nuovo studio ha messo a confronto due strategie: assumere un anticoagulante orale diretto, una classe di farmaci utilizzata per ridurre la formazione di coaguli, oppure non seguire alcuna terapia anticoagulante. La ricerca era randomizzata, cioè prevedeva l’assegnazione casuale dei partecipanti ai due gruppi, un metodo che consente di rendere più solido il confronto tra i trattamenti.
Lo studio ha coinvolto poco più di 1.800 persone, seguite per circa due anni. L’età media dei partecipanti era intorno ai 60 anni e le donne rappresentavano meno di un quarto del campione. L’obiettivo era valutare gli effetti della terapia in persone con fibrillazione atriale e rischio intermedio di ictus.
Meno eventi nel gruppo trattato
Nel gruppo che assumeva l’anticoagulante si sono verificati meno eventi rispetto al gruppo senza terapia. L’esito principale comprendeva ictus, embolia sistemica, sanguinamento maggiore o morte cardiovascolare. Gli episodi sono stati rari in entrambi i gruppi, ma la loro frequenza è risultata inferiore tra i partecipanti trattati.
Anche considerando soltanto l’ictus, i casi sono stati meno numerosi tra le persone che assumevano il farmaco. Per i sanguinamenti maggiori, invece, non è emersa una differenza evidente tra i due gruppi. Gli eventi avversi seri complessivi sono risultati a loro volta sostanzialmente simili.
Il dato suggerisce che, nella fascia di rischio analizzata, gli anticoagulanti orali diretti possano offrire una protezione aggiuntiva senza evidenziare, in questo studio, un chiaro aumento delle emorragie più gravi. Il risultato non significa però che la terapia debba essere prescritta automaticamente a tutte le persone con fibrillazione atriale.
La decisione resta personalizzata
Il possibile impatto nella pratica riguarda soprattutto le situazioni in cui il rischio di ictus non è abbastanza alto da rendere la scelta immediata, ma neppure trascurabile. Età, altre malattie, precedenti sanguinamenti, funzione renale, farmaci assunti e stile di vita possono modificare il bilancio tra benefici e rischi.
La ricerca presenta anche alcuni limiti. Era condotta in aperto, quindi partecipanti e medici conoscevano il trattamento assegnato. Inoltre, si è svolta in un solo Paese e in centri specifici. Gli eventi osservati sono stati pochi: per questo le stime devono essere interpretate con prudenza e non possono essere trasferite automaticamente a ogni popolazione.
Il messaggio principale è che, per alcune persone con fibrillazione atriale e rischio intermedio, l’anticoagulazione può avere un ruolo nella prevenzione dell’ictus. La terapia non va tuttavia iniziata, sospesa o modificata autonomamente. È necessario discutere con il medico il rischio individuale di ictus e sanguinamento e valutare quale strategia sia più adatta al singolo caso.
Lo studio, intitolato Anticoagulation for Atrial Fibrillation with Intermediate Stroke Risk, è stato pubblicato sul New England Journal of Medicine. DOI: 10.1056/NEJMoa2607978.