Avere livelli bassi di vitamina D e soffrire di pressione alta sono condizioni che spesso si presentano insieme. Tuttavia, questa associazione non dimostra che la carenza sia la causa dell’ipertensione, né che correggerla con un integratore basti ad abbassare i valori pressori. La distinzione è importante perché i dati disponibili mostrano risultati diversi a seconda del tipo di ricerca considerata.
Il parametro utilizzato per valutare lo stato della vitamina D è la 25-idrossivitamina D, indicata anche come 25(OH)D. In generale, valori inferiori a 30 nmol/L, pari a 12 ng/mL, sono associati a un rischio maggiore di carenza, mentre 50 nmol/L, cioè 20 ng/mL, sono considerati sufficienti per la maggior parte delle persone. Le soglie possono però variare tra i laboratori e non è stato individuato un livello ottimale specifico per proteggere dalla pressione alta.
Il significato dell’associazione
Gli studi osservazionali, che seguono nel tempo ampi gruppi di persone, hanno rilevato che chi presenta concentrazioni più elevate di vitamina D tende a sviluppare meno spesso ipertensione. Una revisione ha stimato un rischio inferiore del 16% nei soggetti con i valori più alti rispetto a quelli con i livelli più bassi. La riduzione calcolata per ogni aumento di 25 nmol/L era invece di circa il 5%, un dato vicino al limite della significatività statistica.
Questi risultati indicano una relazione, ma non provano un rapporto di causa-effetto. Le persone con poca vitamina D possono, per esempio, fare meno attività fisica, esporsi meno alla luce solare, avere un peso maggiore o condizioni di salute complessivamente peggiori. Gli stessi fattori possono contribuire anche all’aumento della pressione, senza che la carenza vitaminica sia il meccanismo diretto.
Cosa mostrano gli integratori
Per verificare se la correzione della carenza riducesse la pressione, decine di studi randomizzati hanno confrontato l’assunzione di vitamina D con un placebo. Un’analisi di 46 studi e oltre 3.000 partecipanti ha rilevato differenze quasi nulle: 0,0 mmHg per la pressione sistolica e appena -0,1 mmHg per quella diastolica. Una successiva revisione ha confermato l’assenza di una riduzione clinicamente rilevante nella popolazione generale.
Neppure la presenza di una carenza marcata sembra identificare con certezza chi potrebbe beneficiare dell’integrazione. In uno studio su oltre 500 adulti con pressione elevata e livelli ridotti di vitamina D, non sono emerse differenze dopo sei mesi tra chi assumeva 4.000 unità al giorno e chi ne assumeva 400. Alcune analisi più recenti hanno osservato piccoli miglioramenti della sistolica in gruppi selezionati, ma non della diastolica: risultati ancora discussi, che non modificano il quadro complessivo dei trial più solidi.
La carenza vera va comunque corretta quando esiste un’indicazione clinica, soprattutto per proteggere le ossa: negli adulti può compromettere la mineralizzazione e causare osteomalacia. Nelle persone sane non è invece raccomandato misurare di routine la vitamina D o assumerne dosi superiori a quelle consigliate con l’obiettivo generico di prevenire malattie.
È importante anche evitare il fai da te. Quantità eccessive possono provocare ipercalcemia, calcoli renali, danni ai reni e aritmie. Il rischio aumenta in presenza di problemi renali o paratiroidei e durante l’assunzione di diuretici tiazidici. In pratica, carenza vitaminica e ipertensione devono essere gestite separatamente: la prima con le dosi indicate dal medico, la seconda attraverso controlli regolari e terapie specifiche.