La birra è scelta da più della metà della popolazione italiana: secondo il report Istat 2023, la consumano il 63,7% degli uomini e il 39,6% delle donne. Il 10% degli intervistati la beve ogni giorno. Ma dietro la freschezza e la varietà delle tipologie ci sono alcuni aspetti da conoscere, dal contenuto energetico agli effetti dell’anidride carbonica. A fare chiarezza è Giorgio Donegani, tecnologo alimentare e consulente di Starbene.
Il suo apporto calorico dipende soprattutto dalla quantità di alcol: un grammo di questa sostanza fornisce circa 7 calorie. Una birra media di 5 gradi può arrivare a circa 180 calorie; berne due equivale, secondo l’esperto, ad aggiungere all’alimentazione l’energia di un piatto di pasta. In genere la gradazione è inferiore a quella del vino: una bottiglietta da 330 millilitri al 5% corrisponde all’incirca a un bicchiere, ma esistono prodotti che raggiungono gli 11 gradi e birre al 9% ormai tutt’altro che rare.
Gonfiore, digestione e reflusso
Dal punto di vista nutrizionale, la birra non è particolarmente ricca. Può contenere lieviti, se non è filtrata, e una piccola quota di proteine, pari a 0,3-0,5 grammi ogni 100 millilitri. Sono presenti anche malto d’orzo e luppolo, mentre calcio e potassio dipendono in larga misura dall’acqua utilizzata nella produzione. Nelle versioni artigianali non filtrate possono comparire tracce di alcune sostanze, ma la bevanda non può essere considerata un alimento vero e proprio.
Il gonfiore addominale è legato soprattutto alla pressione dell’anidride carbonica e alle modalità di consumo. Bere direttamente dalla bottiglietta favorisce l’ingestione del gas; versare la bevanda nel bicchiere consente invece a una parte della CO2 di disperdersi. Per chi soffre di reflusso, l’alcol è sconsigliato e il consumo dalla bottiglietta può aumentare la pressione nello stomaco, con possibili conseguenze in presenza di ernia iatale. La cosiddetta pancia da birra è però un fenomeno diverso: si tratta di grasso accumulato sul ventre a causa dell’eccesso calorico. Quattro birre al giorno possono determinare un surplus di circa 600 calorie.
Chi ha difficoltà digestive dovrebbe limitarne il consumo e preferire prodotti con meno alcol o analcolici. Le birre non filtrate possono rendere la digestione più laboriosa, ma la risposta varia da persona a persona. Anche il momento in cui si beve conta: insieme al cibo l’assorbimento dell’alcol è più lento. Meglio quindi iniziare con l’acqua quando si ha sete e consumare la birra durante il pasto. Una bevanda molto fredda, assunta a stomaco vuoto quando si è accaldati, può inoltre aumentare il rischio di congestione.
Gravidanza, schiuma e varietà
In gravidanza la birra va evitata: l’alcol attraversa la placenta e può interferire con lo sviluppo dei tessuti nervosi del feto, indipendentemente dalla quantità. Non ci sono inoltre prove definitive che rafforzi le ossa o influenzi positivamente i cambiamenti ormonali della menopausa. La credenza secondo cui aiuterebbe la produzione di latte è priva di fondamento. Le versioni dealcolate, definite analcoliche quando contengono meno dello 0,5% di alcol in volume, rappresentano un’alternativa, pur richiedendo attenzione all’etichetta.
La schiuma contribuisce a conservare gli aromi e a proteggere la bevanda dall’evaporazione. Per questo il bicchiere non dovrebbe essere inclinato troppo durante il servizio e il boccale può essere bagnato prima di versare, così da favorire una schiuma più resistente. Le tipologie sono numerose: Lager e Pilsner sono generalmente più leggere, Ale e Weisse hanno profili aromatici differenti, mentre Stout e Trappista possono presentare gusti più intensi e gradazioni elevate. L’abbinamento dipende dal risultato desiderato: una Blanche può accompagnare pesce e carni bianche, mentre birre più strutturate si accostano meglio a carni rosse e formaggi.