La pandemia di COVID-19 ha mostrato i limiti dei sistemi di comunicazione pubblica davanti a un’emergenza lunga, mutevole e transfrontaliera. Un nuovo studio internazionale, firmato da Pauline Gidget Estella, Audra R. Diers-Lawson e Timothy Sellnow e pubblicato sul Journal of Communication Management, ha analizzato le difficoltà incontrate da istituzioni e operatori in sei Paesi: Italia, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti.
La ricerca si basa su 60 interviste a dirigenti di governo, responsabili della sanità pubblica e comunicatori istituzionali. Il confronto ha evidenziato una sostanziale uniformità dei problemi, nonostante le differenze tra sistemi mediatici, livelli di accentramento amministrativo e culture del rischio. Il COVID-19 viene descritto come il prototipo delle crisi prolungate, diverse dalle emergenze legate a un singolo evento perché richiedono comunicazione continua mentre le conoscenze scientifiche cambiano.
I nodi emersi dall’analisi internazionale
Tra le principali criticità figura innanzitutto la difficoltà di comunicare l’incertezza scientifica, offrendo indicazioni comprensibili senza nascondere i limiti delle evidenze disponibili. Lo studio segnala inoltre l’inadeguatezza di piani e manuali pensati per emergenze brevi, che ha contribuito al sovraccarico del personale. Altri ostacoli riguardano il coordinamento tra istituzioni e il disallineamento dei messaggi tra autorità centrali, regioni ed enti locali.
Un ulteriore elemento è l’ambiente informativo polarizzato, segnato dalla diffusione della disinformazione e dalla crescita della sfiducia. In diversi contesti, compreso quello italiano, la copertura dei media tradizionali è stata giudicata poco preparata sul piano scientifico e più orientata allo scontro politico che alla spiegazione dei dati sanitari.
In Italia, le testimonianze raccolte tra Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità, Regioni e Comuni hanno messo in luce la scarsa centralità assegnata alla comunicazione nei piani precedenti alla pandemia, la rigidità dei finanziamenti e la carenza di competenze specialistiche nella pubblica amministrazione. Tra i nodi più delicati sono state indicate anche le frizioni tra Stato e Regioni.
Il modello C3 e la preparazione permanente
Le conclusioni dello studio convergono con il primo Piano nazionale di comunicazione del rischio pandemico approvato in Italia e con le indicazioni contenute nel volume La comunicazione nelle emergenze sanitarie, pubblicato da Pensiero Scientifico Editore. Il punto centrale è il passaggio dalla reazione alla preparazione, con unità dedicate, formazione continua e strumenti da attivare già in tempo di pace.
Il Framework C3 riassume questa impostazione in tre pilastri: Capacity, Collaboration e Communication. Il primo richiede strutture permanenti, risorse flessibili, competenze di scienze comportamentali e regole chiare nei rapporti tra livelli istituzionali. Il secondo punta a costruire relazioni preventive con cittadini e comunità vulnerabili, oltre a rafforzare il coordinamento internazionale e la formazione dei giornalisti.
Il terzo pilastro riguarda il modo di informare: comunicare con trasparenza ciò che è noto e ciò che resta incerto, spiegare le ragioni dei cambiamenti nelle indicazioni e monitorare dubbi e preoccupazioni della popolazione attraverso l’ascolto sociale. Tra gli strumenti indicati figurano anche il prebunking, l’alfabetizzazione scientifica e informativa e l’uso di narrazioni capaci di mantenere il coinvolgimento pubblico nel lungo periodo.
La lezione proposta è che la comunicazione non rappresenti un elemento accessorio delle politiche sanitarie, ma una misura di prevenzione. Conservare la memoria delle difficoltà affrontate durante la pandemia significa trasformarla in una competenza istituzionale stabile, verificabile e aggiornata, utile anche davanti a future crisi sanitarie, climatiche o geopolitiche.