Con l’avanzare dell’età, il rapporto tra organismo e cervello potrebbe diventare più stretto di quanto ipotizzato finora. Un nuovo studio ha trovato segni della presenza, nel tessuto cerebrale di persone anziane, di cellule derivate dal midollo osseo, cioè dalla sede in cui vengono prodotte le cellule del sangue. Queste cellule sembrano assumere caratteristiche simili a quelle della microglia, il principale gruppo di difesa immunitaria residente nel sistema nervoso centrale.
La microglia svolge diverse funzioni: contribuisce a rimuovere i detriti, risponde ai danni e aiuta a mantenere l’equilibrio dell’ambiente cerebrale. Negli animali da laboratorio, soprattutto nei topi, si ritiene da tempo che derivi in larga parte da cellule presenti già nelle prime fasi dello sviluppo embrionale e che poi si mantenga autonomamente per tutta la vita. Negli esseri umani, invece, l’origine e l’evoluzione di questa popolazione erano meno chiare.
Le tracce genetiche delle cellule
Per approfondire la questione, i ricercatori hanno analizzato il tessuto cerebrale di 20 persone anziane. Il gruppo di lavoro ha utilizzato le mutazioni somatiche, cioè piccoli cambiamenti genetici che si accumulano nelle cellule nel corso del tempo, come una sorta di firma biologica utile a ricostruirne la provenienza.
In tutti i soggetti esaminati sono emersi segnali compatibili con l’ingresso nel cervello di cellule provenienti dal midollo osseo. L’analisi a singola cellula indica inoltre che queste cellule infiltrate sono molto simili alla microglia e che, in alcuni casi, potrebbero costituire una quota rilevante delle difese immunitarie cerebrali. Il risultato non descrive un’invasione, ma suggerisce che il sistema immunitario del cervello sia più dinamico durante l’invecchiamento.
Lo studio ha rilevato anche, nei dati di una coorte umana, un’associazione protettiva tra l’emopoiesi clonale e la malattia di Alzheimer. L’emopoiesi clonale è una condizione nella quale alcune cellule del sangue si espandono più di altre. Il dato, tuttavia, è statistico e non dimostra che questo fenomeno riduca direttamente il rischio di demenza.
Un risultato ancora da interpretare
La ricerca rafforza l’ipotesi di un collegamento stretto tra cervello e resto dell’organismo. Stato infiammatorio, malattie del sangue e invecchiamento del sistema immunitario potrebbero influenzare la salute neurologica, ma il lavoro non autorizza a parlare di una nuova cura né suggerisce che intervenire sul sangue basti a proteggere il cervello.
Il campione analizzato è piccolo e comprende esclusivamente persone anziane. Non è quindi possibile stabilire quanto il fenomeno sia presente in altre fasce d’età o in specifiche condizioni patologiche. Inoltre, i risultati descrivono un processo biologico e alcune associazioni, senza dimostrare un rapporto di causa-effetto con la prevenzione dell’Alzheimer o con il declino cognitivo.
Non è ancora chiaro se le cellule provenienti dal midollo osseo siano sempre utili, neutre oppure potenzialmente dannose in determinati contesti. Per ora, il lavoro pubblicato su Nature, intitolato Somatic mutations reveal the ontogeny of microglia in human aging, rappresenta un passo avanti nella comprensione dell’invecchiamento del cervello. Il DOI dello studio è 10.1038/s41586-026-10939-0.