Cuore sotto esame

Fibrillazione atriale, i segnali che il caldo può svelare

Palpitazioni e affanno possono accompagnare un disturbo silenzioso: diagnosi, farmaci e ablazione richiedono valutazioni personalizzate.

Fibrillazione atriale, i segnali che il caldo può svelare

Con l’arrivo dell’estate, palpitazioni, fiato corto e stanchezza insolita possono essere attribuiti alle alte temperature. In alcuni casi, però, questi disturbi possono segnalare la comparsa della fibrillazione atriale, l’aritmia più frequente negli adulti. La condizione può rimanere silente a lungo ed emergere casualmente durante un controllo oppure quando l’organismo è sottoposto a uno sforzo maggiore.

Il caldo non provoca direttamente la fibrillazione atriale, ma può influire sull’equilibrio del sistema cardiovascolare. Le temperature elevate favoriscono la dilatazione dei vasi sanguigni periferici e possono ridurre la pressione arteriosa. La sudorazione, inoltre, comporta una perdita di liquidi e sali minerali, diminuendo il volume di sangue circolante e contribuendo al calo pressorio. «Quando la pressione si abbassa, il cuore può cercare di compensare aumentando la frequenza cardiaca», spiega Riccardo Cappato, direttore del Centro di Elettrofisiologia dell’IRCCS MultiMedica e presidente dell’European Cardiac Arrhythmia Society.

In questo contesto, la comparsa di un ritmo irregolare e accelerato può aumentare il lavoro del cuore. L’estate può quindi funzionare come una sorta di stress test naturale, portando alla luce un disturbo che fino a quel momento non aveva dato segnali. I sintomi non sono uguali per tutti: possono comparire palpitazioni, debolezza, vertigini, testa leggera, affanno, stanchezza o dolore e peso al petto. Quest’ultimo disturbo può essere confuso con un infarto. In altri casi, l’aritmia non provoca alcun sintomo.

Diagnosi e prevenzione dell’ictus

Secondo Cappato, circa il 15% dei pazienti con fibrillazione atriale non percepisce la presenza dell’aritmia. La diagnosi può avvenire durante un elettrocardiogramma o una visita cardiologica effettuata per altri motivi. Una volta individuata la condizione, il primo obiettivo della terapia è proteggere le persone con un rischio aumentato di ictus ischemico. L’aritmia può infatti favorire la formazione di coaguli nel cuore, che possono entrare in circolo e raggiungere il cervello.

Per ridurre questo pericolo il medico può prescrivere una terapia anticoagulante orale. Negli ultimi 10-15 anni i nuovi anticoagulanti orali hanno semplificato la gestione del trattamento rispetto agli antagonisti della vitamina K, come il warfarin: in genere non richiedono controlli periodici del sangue per verificare l’INR. La scelta deve comunque tenere conto delle caratteristiche individuali e del rapporto tra benefici e possibili rischi.

Il trattamento non punta soltanto a prevenire l’ictus, ma anche a migliorare la qualità di vita e a ridurre i disturbi. A seconda del quadro clinico, il medico può controllare la frequenza cardiaca con i farmaci oppure cercare di ripristinare e mantenere il ritmo normale. Gli antiaritmici possono ridurre gli episodi, ma nel tempo possono perdere efficacia e spesso non eliminano definitivamente il problema.

Farmaci e ablazione, scelte personalizzate

Un’altra opzione è l’ablazione transcatetere, procedura mini-invasiva che isola le aree dell’atrio da cui originano gli impulsi elettrici anomali. L’obiettivo è impedire che questi segnali coinvolgano il resto del cuore. I possibili benefici sono stati valutati anche in una meta-analisi pubblicata su “European Heart Journal Open”, che ha esaminato oltre 2.300 pazienti coinvolti in tre studi clinici randomizzati.

Nei pazienti con rischio tromboembolico basso o moderato, senza recidive per almeno sei mesi dopo un’ablazione riuscita, la sospensione dei nuovi anticoagulanti orali non è stata associata a un aumento di ictus o embolie sistemiche durante circa due anni di osservazione. Il proseguimento della terapia è invece risultato associato a una maggiore incidenza di emorragie severe. I risultati, sottolineano i ricercatori, non significano che gli anticoagulanti possano essere sospesi autonomamente: nei casi selezionati la decisione può essere valutata dal medico sulla base del rischio individuale e di un attento monitoraggio del ritmo cardiaco.