Salute e benessere

Vivere più a lungo: come affrontare gli ultimi anni di vita

Un'analisi rivela che vivere più a lungo non significa necessariamente vivere meglio.

Vivere più a lungo: come affrontare gli ultimi anni di vita

Vivere più a lungo è una buona notizia, ma c’è una domanda cruciale: come si vivono questi anni aggiuntivi? Un’analisi internazionale ha rivelato che, in molti Paesi, l’aumento della speranza di vita non corrisponde a un incremento degli anni vissuti in buona salute. Questo significa che molte persone si trovano a dover affrontare un prolungamento della vita accompagnato da disturbi cronici, limitazioni fisiche o problemi sensoriali.

Lo studio ha esaminato due indicatori in 204 Paesi e territori dal 1990 al 2023: la speranza di vita e la speranza di vita in buona salute. La differenza tra questi due parametri è stata utilizzata per stimare gli anni vissuti con problemi di salute o disabilità. Si tratta di un’analisi su larga scala, basata su modelli epidemiologici globali, che, pur non osservando direttamente singole persone, combina diverse fonti per ricostruire le tendenze della salute nelle popolazioni.

I risultati principali

Le stime indicano che il divario tra anni vissuti e anni vissuti in buona salute è aumentato a livello globale, passando da 8,8 a 10,7 anni. Anche la percentuale di vita trascorsa in cattiva salute è aumentata, dal 13,6% al 14,5%. Questo allargamento non si concentra solo negli ultimi anni di vita, ma si distribuisce lungo gran parte dell’età adulta, con un accumulo di problemi non necessariamente mortali.

Tra le condizioni che contribuiscono maggiormente ci sono disturbi muscoloscheletrici, in particolare il mal di schiena, disturbi mentali come ansia e depressione, perdita dell’udito legata all’età, cadute e altre malattie croniche non trasmissibili. I fattori di rischio emergenti includono glicemia elevata, indice di massa corporea alto e, in alcune aree, malnutrizione materna e infantile.

Implicazioni per la vita quotidiana

Il messaggio per il cittadino comune è chiaro: longevità e benessere non sono sinonimi. Non basta aggiungere anni alla vita se questi sono segnati da dolore, difficoltà di movimento o disagio psicologico. È fondamentale che la salute pubblica e le scelte quotidiane si concentrino non solo sulla prevenzione della morte precoce, ma anche sul mantenimento dell’autonomia, della mobilità, dell’udito e dell’equilibrio emotivo.

Lo studio non dimostra che un singolo comportamento possa prevenire automaticamente anni di cattiva salute, ma sottolinea l’importanza di gestire i fattori di rischio modificabili. Mantenere sotto controllo peso, glicemia, attività fisica, qualità del sonno e salute mentale è cruciale non solo per vivere più a lungo, ma anche per migliorare la qualità della vita.

Inoltre, problemi come mal di schiena, ansia e perdita dell’udito non devono essere considerati “fastidi minori” solo perché raramente letali; possono influenzare significativamente la qualità della vita e l’indipendenza, richiedendo attenzione precoce.

È importante notare che questi risultati si basano su stime aggregate e presentano margini di incertezza. La qualità dei dati varia tra i Paesi e parte dell’aumento potrebbe riflettere diagnosi più frequenti o sistemi di rilevazione migliori. Inoltre, una media nazionale non mostra le differenze tra gruppi sociali o territori con diversi livelli di accesso alle cure.

Il messaggio finale è realistico: la sfida dei prossimi decenni non sarà solo quella di vivere di più, ma di preservare a lungo le funzioni che consentono di muoversi, comunicare, lavorare e mantenere l’autonomia.

Fonte scientifica: Paper originale: Global, regional, and national trends in the morbidity gap and contributing diseases, injuries, and risk factors, 1990–2023: a systematic analysis for the Global Burden of Disease Study 2023. Rivista: The Lancet Public Health. DOI: 10.1016/S2468-2667(26)00098-8