Sandro Spinsanti, nel suo libro “Un’altra pratica della cura” (Il Pensiero Scientifico Editore, 2026), inizia con una celebre parabola di David Foster Wallace, in cui due giovani pesci incontrano un pesce più anziano che chiede: “Com’è l’acqua?”. Questa metafora illustra come, immersi nella cura dalla nascita alla morte, spesso ci accorgiamo della sua importanza solo quando manca.
Nel suo lavoro, Spinsanti, già docente di etica medica e fondatore dell’Istituto Giano per le Medical Humanities, esplora l’intersezione tra bioetica, medicina narrativa e Slow Medicine. Queste discipline, spesso trascurate, sono fondamentali in un sistema sanitario che tende a concentrarsi esclusivamente sull’erogazione di prestazioni.
Due sponde della cura
Il saggio di Spinsanti si articola in due parti: una dedicata ai professionisti della cura e l’altra alle persone in cura. Da un lato, ci sono coloro che forniscono assistenza, dall’altro chi la riceve. Il ponte che unisce queste due sponde è fragile, come dimostra il crollo del ponte Morandi di Genova, un richiamo alla vulnerabilità delle relazioni di cura.
Il libro attinge a cinema e letteratura, utilizzando la medicina narrativa per vedere la malattia come un racconto di esperienze vissute. Spinsanti si rifà a opere come “Il ponte di San Luis Rey” di Thornton Wilder, dove il crollo di un ponte diventa un’occasione per riflettere su ciò che unisce le persone. Per l’autore, è la cura a costituire questo legame.
Le posture della cura
Spinsanti analizza le diverse “posture” mediche, ovvero i comportamenti che i pazienti incontrano nel loro percorso di cura. Questi possono variare dalla distanza professionale all’empatia, evidenziando l’importanza di una relazione di fiducia. L’autore critica il modello paternalistico, in cui il professionista decide e il paziente subisce, proponendo invece un’alleanza collaborativa.
La seconda sponda, quella delle persone in cura, è altrettanto complessa. Spinsanti menziona il caregiver, il paziente e il cittadino esigente, sottolineando che una buona cura richiede un malato consapevole e responsabile, capace di interagire attivamente con il proprio medico.
La dimensione spirituale è un altro aspetto trattato nel libro, dove si affrontano le domande esistenziali che la malattia porta con sé. Spinsanti introduce il paradosso di essere “malato e felice”, suggerendo che è possibile trovare soddisfazione anche in situazioni difficili.
In conclusione, il volume di Spinsanti invita a riflettere sul proprio ruolo nel rapporto di cura. La buona cura, infatti, nasce dall’incontro tra le due sponde, su un ponte prezioso e fragile, e ci ricorda che, consapevolmente o meno, tutti noi nuotiamo nell’acqua della cura ogni giorno.